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Luci a San Siro: immersi nella nebbia, nei ricordi e nel genio del Professore

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Nel 1971 Roberto Vecchioni non è più un ragazzino. Certo, oggi avere 27 anni per far uscire il proprio album d'esordio non sarà la norma, ma non è neppure particolarmente strano.

Ad inizio anni '70, in un mondo molto diverso dal nostro, invece, sì: “Dai 21 anni in poi - racconta in una intervista Vecchioni - andavo, la sera, a suonare alla Bullona o al Refettorio queste mie canzoni [...]. Non guadagnavamo nulla: dalle due alle cinquecento lire e una consumazione gratis. L'ho fatto per tre, quattro anni: di notte cantavo le mie canzoni complicatissime e di giorno scrivevo canzoni facili, che potessero piacere a un pubblico più ampio possibile. Un ottimo esercizio che mi è servito molto e che mi ha consentito di mettermi un po' di soldi in tasca per registrare il mio primo disco, Parabola”. Roberto già da anni lavora infatti come paroliere per altri artisti e solo grazie all'interessamento della casa discografica Ducale ha l'opportunità di registrare il proprio album in soli tre giorni.

Con l'aiuto di alcuni grandi musicisti come Franco Cerri alle chitarre e Tullio de Piscopo alla batteria, però, Parabola, questo il titolo del lavoro, vede la luce e, benché minimale, più per necessità che per volontà, l'album consegna alla storia – oltre a grandi brani come “Povero ragazzo” e la stessa “Parabola" – un capolavoro immortale, destinato diventare un grande classico della canzone d'autore, oltre ogni aspettativa: "Luci a San Siro".

Il brano, in realtà, era già stato pubblicato qualche mese prima dal Rossano col titolo di "Ho perso il conto": la melodia e la parte musicale, scritte da Andrea Lo Vecchio e Giorgio Antola, c'erano già, mentre le parole, opera dello stesso Vecchioni, raccontavano una generica fine di una relazione amorosa. La canzone, in questa versione, partecipò a Un Disco Per l'Estate 1971, arrivando alle semifinali ma senza raggiungere risultati di vendita rilevanti. Fu per questo che Vecchioni decise di riprendere il brano e trasformarlo in una sincera ed accorata confessione umana e professionale.

"Luci a San Siro", che apre il lato B di Parabola, attraversa nei suoi quattro minuti di durata tutta la poetica malinconia nostalgica che ha reso Roberto Vecchioni uno dei più grandi autori del nostro Paese.

«Hanno ragione, hanno ragione, mi han detto è vecchio tutto quello che lei fa, parli di donne da buoncostume, di questo han voglia se non l'ha capito già»

L'inizio, in medias res, ci proietta in un mondo completamente diverso dalla versione di Rossano: Roberto è alle prese con i discografici, che gli chiedono di essere più fresco, più spinto, meno autentico; Vecchioni riconosce ed ammette di essere diverso, "antico", fuori luogo rispetto quello che riesce a scalare le classifiche.

«E che gli dico? Guardi non posso, io quando ho amato, ho amato dentro gli occhi suoi, magari anche fra le sue braccia, ma ho sempre pianto per la sua felicità».

Inizia così un lungo viaggio nei ricordi, una madeleine musicale che porta Roberto a rivivere gli anni ingenui della prima gioventù, perso tra le luci di San Siro (contemporaneamente quartiere e stadio cittadino) e i suoi giochi nella nebbia meneghina. Lei, l'Euridice smarrita per sempre è Adriana, uno dei primi amori del cantautore, vicina di casa e fidanzata per quattro anni, dal 1964 al 1968 e musa ispiratrice di molti brani (come "Mi manchi" o "Archeologia"). Roberto rivive le serate passate in macchina (una Seicento "grigio topo"), dono paterno, per festeggiare la conquistata maturità: ora che quella maturità inizia a gravare come un peso sulle spalle, c'è solo spazio per l'agrodolce nostalgia del ricordo. Come risvegliatosi da uno strano sogno, Vecchioni si ritrova nell'ufficio dei suoi discografici e le loro parole risuonano come una condanna:

«Scrivi Vecchioni, scrivi canzoni che più ne scrivi più sei bravo e fai danè, tanto che importa a chi le ascolta, se lei c'è stata o non c'è stata e lei chi è, fatti pagare, fatti valere, più abbassi il capo e più ti dicono di sì, e se hai le mani sporche che importa tienile chiuse nessuno lo saprà».

Scrivere canzoni per imprigionare i ricordi e permettere che possano vivere - almeno loro - in eterno o cedere alle lusinghe del mercato e realizzare innocui motivetti pop? Con geniale maestria, il Professore imprime coi versi un Amarcord commovente e un j'accuse nei confronti della nascente macchina discografica italiana, incurante della sincerità dell'artista e della sua opera e solo intenzionata a vendere, generare soldi, sporcarsi.

«Milano mia, portami via, fa tanto freddo e schifo e non ne posso più, facciamo un cambio prenditi pure quel po' di soldi, quel po' di celebrità, ma dammi indietro la mia seicento, i miei vent'anni ed una ragazza che tu sai. Milano scusa stavo scherzando, luci a San Siro non ne accenderanno più».

La frustrazione diventa rifiuto, lotta contro il Tempo, e - seguendo i cinque stadi dell'accettazione del lutto - compromesso, depressione e infine accettazione. Milano diventa quindi palcoscenico dei ricordi, amica consolatrice e perfido monito dell'inevitabile scorrere degli eventi, immutabili.

La canzone non ha avuto vita facile: le prime versioni non avevano paura di usare un linguaggio forte, anzi,. I primi versi, censurati prima di essere modificati, ringhiavano di una frustrazione tendente al livore: «Hanno ragione, sono un coglione, mi han detto “è vecchio tutto quello che lei fa, parli d'incesto, di coiti anali, di questo han voglia se non l'ha capito già», poi mitigati in «Parli di sesso, prostituzione» prima di giungere alla versione che conosciamo oggi. Alla stessa maniera, la delicata immagine dell'aver amato «magari anche tra le sue braccia» viene da una assai più esplicita «tra le sue gambe».

In realtà, a ben pensarci però, qualcosa non torna. "Luci a San Siro" parla di svendita commerciale, di danè e di compromessi. Eppure, come detto, Parabola è il primo disco del cantautore lombardo. Possibile che Vecchioni già da subito ricevesse pressioni discografiche sulla base di un successo discografico che in realtà non c'era (ancora)? Il disco infatti, nelle parole di Vecchioni, "vendette poco più di 1500 copie, mentre nello stesso periodo Guccini vendeva 50, 100mila copie. Poi, nel tempo, ha avuto sette edizioni ed è diventata una delle più amate dal pubblico, ma fino a Samarcanda non ho venduto praticamente nulla".

Ecco allora rivelarsi il sorprendente genio poetico e lirico di Vecchioni: in una recente intervista a La Repubblica confida "["Luci a San Siro"] è addirittura del '68. L'ho scritta la prima settimana di militare. Era una canzone per la vita e prevedevo persino il mio futuro: 'Mi venderò, farò schifo...'". E alla domanda dell'intervistatore se poi, in effetti, si sia "venduto" come autore, il Professore risponde lapidario e schietto come sempre: "Per niente".

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