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LE STORIE

Colpa d'Alfredo, storia dell'inizio di una leggenda

Quando nasce una leggenda? Si può riconoscere quel momento, in cui tutto si trasforma?

La leggenda di Vasco Rossi inizia proprio con Colpa d'Alfredo, il disco con cui Vasco diventa Vasco, tracciando un solco profondo nella vita del Komandante.

Negli anni '80 Vasco Rossi si trasforma da fenomeno regionale a idolo generazionale, lanciandosi come il musicista rock più rilevante d'Italia: la svolta avviene con l'inizio di una collaborazione storica, quella con Guido Elmi come produttore artistico di Vasco. Il sodalizio dà forma a un sound inedito in Italia, un rock senza fronzoli e di grande impatto, grazie soprattutto al lavoro alle chitarre di Massimo Riva e Maurizio Solieri. La nuova backing band voluta da Elmi realizza l'obiettivo di Vasco, “avere un gruppo nel quale ognuno ha voce in capitolo. Molte idee vengono dai musicisti che suonano con me, soprattutto da Massimo Riva, il chitarrista, con il quale compongo molte canzoni”. È un salto radicale, apparentemente immediato, ma fondamentale: “molti sono in crisi perché non sanno come etichettarmi: cantautore, bluesman, rockettaro. Nessuno ha ancora capito che io non ricalco nessuno stile musicale perché faccio musica sperimentale”.

Che sia realmente musica “sperimentale” è difficile dirlo. Di sicuro, la Steve Rogers band, così chiamata dal nome d'arte dello stesso Elmi, crea un “roghenrou”, crasi perfetta tra il pub rock anni settanta e quell'anima italiana, provinciale, verace, che cercava di distaccarsi dal cliché del cantautorato impegnato di sinistra, proiettandolo nel mondo ancora sconosciuto del rock in italiano, lontano dai barocchismi del progressive del decennio precedente.

Simbolo di questo nuovo percorso è la title track dell'album, quella Colpa d'Alfredo capace in un solo verso di incastonare un gioiello di misoginia e razzismo, e di sintetizzare al massimo il personaggio Vasco, ingenuamente maudit: “ho perso un'altra occasione buona stasera, è andata a casa con il negro la troia”.
L'orizzonte è quello della provincia emiliana, qualche anonimo locale a Modena o nei suoi dintorni, dove il protagonista – ovviamente sovrapposizione perfetta del Blasco – concupisce l'ennesima ragazza, più interessato a sondare le possibilità di una possibile conquista che ai “discorsi seri e inopportuni” del povero Alfredo. Perché, Ecce Homo, ecco arrivare il “negro” che fa sfumare le afternoon delights a Vasco, portandosi via la dama, che nel frattempo “si era già dimenticata di quello che mi aveva detto prima”.

Colpa d'Alfredo è il ritratto del perfetto everyman della provincia italiana degli anni '80, un inno generazionale per tutti quei ragazzi nati a cavallo tra il baby boom e la smarrita Generazione X. Vasco diventa il ragazzo qualunque, disimpegnato, disinteressato a tutto, superficiale e sfrontato,  sessualmente allusivo e ironico, ma incapace di assumersi la responsabilità del fallimento, perché alla fine è tutta “Colpa d'Alfredo, che coi suoi discorsi seri e inopportuni mi fa sciupare tutte le occasioni buone”, mentre “se non ci fosse stato lui mi avrebbe detto sì”. La soluzione? Una minaccia – metaforica o meno – al logorroico Alfredo: “prima o poi lo uccido”.

La canzone, ovviamente censuratissima da ogni radio, “è dedicata a un negro che mi ha fottuto la donna. Quando ho cominciato a scriverla, mica mi son messo a pensare a possibili  accuse di razzismo, di “machismo” eccetera; no, quel negro m'ha fregato la donna e io ho voluto farlo sapere in giro”.

La leggenda del Komandante era appena iniziata.

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