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Si può vivere di musica?

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La domanda ce la poniamo da secoli e una risposta arbitraria è difficile da trovare.

In primis perché si tratta pur sempre di una ricerca che va ad annusare le buste paga di cittadini privati, e quindi insorge il concetto della privacy. In secondo luogo perché il guadagno musicale non è identico per tutti e, soprattutto nell’era digitale, dipende da una serie di fattori che cambiano in continuazione. Sostanzialmente, ciò che possiamo fare è capire da dove arrivino i maggiori guadagni e come, negli ultimi anni, la remunerazione musicale sia cambiata.

 

AGLI ALBORI DELL’INDUSTRIA ONLINE 

Anche se ci riferiamo a tempi non proprio lontani, il 2016 è stato l’anno in cui l’industria musicale ha osservato con maggiore attenzione il mondo online. Per comprendere meglio il fenomeno, Rockit.it ha realizzato una ricerca sui guadagni di un artista nell’epoca dello streaming e del download, precisando che i dati raccolti vanno presi con le pinze e non valgono per tutti gli artisti. In generale, la prima fonte di guadagno è sempre la stessa: il concerto, il live. Dal campione raccolto è emerso che, con una 50ina di concerti all’anno e un cachet che si aggira intorno ai 500 euro, un “musicista/band medio” può guadagnare 4000 euro, escludendo le spese relative a benzina, furgone, caselli autostradali e via discorrendo.  

Nonostante la decrescita esponenziale, la vendita del cd fisico era ancora un asso nella manica: la stima calcolata di profitto si aggirava attorno ai 450 euro che, assieme agli acquisti di merchandising (500 euro al netto delle spese di produzione), poteva toccare complessivamente i 1.050 euro. Sull’altra faccia della moneta, troviamo le principali piattaforme di streaming (Spotify, Youtube, Deezer) che permettono a un artista medio di guadagnare circa 300 euro. Un introito abbastanza contenuto, a cui va aggiunto – per forza di cose – l’insieme dei lavoretti legati alla musica (come insegnante, turnista, produttore, creatore di colonne sonore e jingle), che consentono l’entrata di 6.000 euro 

Se, infine, calcolassimo anche la SIAE (2.800 euro), avremo un tenore complessivo di 14.050 euro. Somma dalla quale vanno sottratte spese come l’affitto della sala prove (300 euro), la manutenzione degli strumenti (1.500/6.000 euro), tasse e contributi (4.000 euro), partendo sempre dal presupposto onesto che tutte le altre forme di spese siano a carico dell’etichetta discografica, dei promoter e dei locali. In tutto, restano 800/900 euro. Una somma che, per chi lavora in ambito culturale, è più comune di quanto si pensi.  

 

SE LO STREAMING DIVENTA PREPONDERANTE 

Venendo al 2018, RollingStone.it ha realizzato un interessante vadevecum prospettico sulle principali forme di ricavo, senza però riportare cifre esatte. Esclusi i live e le attività di merchandising, che continuano a essere forme di guadagno nevralgiche, vale la pena soffermarsi sul concetto di Royalties, visto che il 2018 è stato l’anno del GDPR e della messa in stato di difesa del Copywright. Con il termine ‘royalties’ si intendono “le somme pagate a chi detiene i diritti delle creazioni quando queste vengono vendute, distribuite, integrate in altri media o monetizzate in qualsiasi altro modo”. 

In questo contesto, vengono presi in esame due tipi di copyright: sulla composizione (testo e melodia) e sull’incisione (registrazione audio di una canzone). A noi interessa il secondo, poiché sono degli artisti e delle etichette discografiche e raggruppano principalmente tre tipi di licenze: Performance Rights (streaming digitale, radio AM/FM, radio satellitare, web radio); Reproduction Rights (vendita delle copie fisiche e dei file digitali); Sync Rights (canzoni usate in film e in tv).  

Poi, ovviamente, ci sono gli ascoltatori, che sono la parte attiva del portafoglio di un artista. Quando compriamo un brano e lo ascoltiamo online, o semplicemente per tutte le riproduzioni di una canzone (negozi, ospedali e siti web), il denaro incassato diviene proprietà di chi detiene il copyright (composizione e registrazione). Più remunerativo, però, risulta la riproduzione di un brano nei film o nelle pubblicità, che chiama in causa un accordo tra chi produce la pellicola o lo spot e chi detiene il diritto della canzone: si effettua inizialmente un pagamento anticipato, poi le royalties vengono accreditate una volta che il prodotto è in commercio. Per la pubblicità, però, vale la pena fare un discorso a parte, in quanto esiste il Brand Partnership: un arista ha la possibilità di sponsorizzare un marchio da lui apprezzato privatamente. Inoltre, un altro metodo molto in voga nell’era digitale è la monetizzazione via YouTube, piattaforma la quale divide gli incassi pubblicitari con gli stessi autori del video.  

Infine, veniamo alle radio. Poiché hanno a che fare con un numero incalcolabile di canzoni, le emittenti utilizzano una licenza base che, grossomodo, determina quote di pagamento eque per tutti. Bisogna, però, fare una distinzione con le web radio, le quali sono tutt’oggi – forse anche in maniera iniqua – le uniche a pagare i recording rights, che permettono un guadagno maggiore agli autori dei brani più che agli artisti.  

La lista è comunque incompleta, bisognerebbe chiamare in gioco anche altri attori principali che muovono questa gigantesca industria musicale. Basti pensare, però, che un artista americano medio riesce a ottenere un decimo dei guadagni totali. Come se non bastasse, attualmente, si è ampliato il divario economico tra chi è più famoso e chi meno: Spotify ha fatto sapere che, per ogni singolo stream di una canzone, si ottengono tra i 0,006 e i 0,008 dollari, cifre molto basse che permettono solo ai nomi più blasonati di ricavarne somme importanti. Comunque, la buona notizia è che l’interesse per il mondo virtuale è aumentato ed è auspicabile un cambio di manovra decisivo. Anche perché, la sera, tutti hanno il diritto di mangiare.

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