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Il Primo Maggio raccontato da chi lo vive dietro le quinte

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Se si vuole capire quanto sia complicato e difficile un evento come quello del Primo Maggio, una delle persone più indicate con cui chiacchierare è sicuramente Toni Soddu.

È lo stage manager che ha diretto il palco del Concertone per quasi tutte le sue edizioni - ne ha saltate giusto un paio - e sa bene cosa significhi dover gestire tanti musicisti in una situazione di stress simile, non importa che sia De André o gli Iron Maiden. Tra errori e grandi soddisfazioni, ci racconta il dietro le quinte di un festival così grande.


Quello del Primo Maggio è uno dei concerti più temuti da chiunque faccia il tuo lavoro, perché?
Il Primo Maggio è un evento molto complicato, in primis perché è una diretta tv da otto ore e tutto deve funzionare alla perfezione. E poi perché la strumentazione da gestire è moltissima, dal momento che i gruppi coinvolti sono sempre tanti. Tieni presente che abbiamo solo due giorni per fare le prove e, solitamente, succede di tutto.

Uno dei simboli del Primo Maggio è il famosissimo palco girevole.
(ride) È anche piuttosto vecchio ormai, ci mette circa un minuto per fare quel mezzo giro necessario per far comparire la band già pronta a partire. È un sistema che ti permette di preparare un gruppo mentre quello prima si sta ancora esibendo, riducendo così al minimo il tempo di cambio palco. Certo, la possibilità di problemi o di contrattempi c’è sempre.



Qual è stato l’anno in cui te la sei vista più brutta?
1995, concerto di Franco Battiato. Nel cambio palco ci fu un problema con la sua squadra tecnica, che oltretutto conoscevo benissimo. Questo ti fa capire come anche i più grandi professionisti, una volta saliti su quel palco, possano andare in tilt. Durante il cambio palco avevano sbagliato alcuni collegamenti e fummo costretti a mandare in diretta il famoso cartello che diceva che la trasmissione veniva interrotta per problemi tecnici. Ovviamente diedero tutta la colpa a me e dovetti comparire in video per spiegare cosa era successo. Mi ricordo la telefonata di mio padre il giorno dopo, tutto preoccupato, perché non capiva cosa avessi fatto di male (ride).

In effetti tu non avevi sbagliato nulla.
Avevo sbagliato eccome, avevo concesso ad una squadra di tecnici esterni di occuparsi del cambio palco. Dopo quell’anno non è mai più accaduta una cosa simile.

Ma perché è un palco così difficile?
È un palco grande, ventisei-ventotto metri di larghezza, e di fronte hai almeno 300.000 persone. L’artista inizia a suonare su questa pedana mobile che si gira e, di colpo, si trova davanti a tutta quella gente. Se sei un nome famoso hai meno problemi, se invece sei poco conosciuto hai solo due possibilità: reagisci o, come si dice in gergo, ti caghi sotto (ride). Devi conquistare il pubblico spingendo con tutta la potenza che hai. La piazza è tremenda, se non funzioni sta ferma, non ti applaude neanche. Immagina cosa significa esibirsi di fronte ad una folla sconfinata che non reagisce minimamente alle tue canzoni, è un’esperienza traumatica.




Se dovessi mettere in fila i momenti più difficili in assoluto quali sceglieresti?
Un momento che non dimenticherò mai fu quando nel ’92 Fabrizio De André suonò con Roberto Murolo. De André era un personaggio molto duro col quale trattare, uno di quelli che non amava essere inserito in un programma fitto di orari rigidi e tempi da rispettare. In più la sua esibizione la registrammo di notte perché non voleva assolutamente suonare in diretta. Inutile dirti che per il Primo Maggio era un nome molto importante e andava trattato con riguardo, a maggior ragione vista la presenza di Murolo; era un evento irripetibile. Ti assicuro che non fu una situazione facile da gestire.

Immagino che anche i gruppi con orchestra non siano facili.
In realtà no, abbiamo gestito tranquillamente orchestre anche di 100 elementi. Per assurdo è più complicato quando più artisti vengono messi insieme per qualche tributo particolare - che ne so a Gaber o altri grandi nomi della nostra musica - perché hai tante personalità diverse, ognuno con le proprie esigenze specifiche. Va detto che ci sono state esibizioni stupende - mi ricordo Gazzè con Noah e Youssou N'Dour - ma sicuramente non sono live facili da gestire.

Quali sono stati i gruppi con le richieste tecniche più assurde?
Nick Cave che si ostinò a portare sul palco un piano gran coda, era enorme. Anche con Capossela ce la vedemmo brutta: già normalmente usa tutti quegli strumenti assurdi, da noi era headliner e ha fatto salire dodici musicisti carichi come dei muli. È chiaro, più utilizzi suoni particolari e più fatichi a gestire la qualità del suono durante la diretta.

Perché, ovviamente, il vostro problema non è solo gestire tutti queste richieste senza accumulare neanche un minuto di ritardo sulla scaletta della giornata, ma anche che il concerto si senta bene in tv.
Esatto. Dipende tutto dalla band, se stiamo parlando di nomi -  italiani o stranieri, non importa - che mantengono una media di 100-160 concerti all’anno, allora puoi essere sicuro che a casa sentiranno il concerto perfettamente. I nomi meno esperti faticano di più su un palco genere: basta un qualsiasi inconveniente, anche solo un pedalino mal calibrato, e il suono ne risente. È normale.

Le crew straniere sono migliori delle nostre?
Anche noi abbiamo degli ottimi tecnici, va detto, ma gli stranieri stanno sempre un passo avanti. Fanno festival regolarmente, sono abituati a situazioni dove tanti gruppi condividono lo stesso palco. Mi ricordo quando suonarono gli Iron Maiden: non c’era ancora la pedana girevole e avevano una fila lunghissima di amplificatori ma in cinque minuti smontarono tutti gli strumenti e lasciarono il palco pulito.



I tuoi set preferiti quali sono stati?
Ce ne sono stati tanti, negli anni 2000 ci sono stati cast veramente spettacolari. Mi ricordo i Bon Jovi - che oltretutto arrivarono con quattro mercedes diverse direttamente dietro al palco - oppure il fantastico tributo di Stewart Copeland a De André. Anche i Radiohead mi stupirono, fecero uno spettacolo bellissimo.



In tutti questi anni quali sono state le soddisfazioni più grandi?
Tutte le volte che ne sono uscito vivo, quando non c’è stato nessun tipo d’errore e potevo dire di aver fatto un bel lavoro. Io e Alessio Martino, il mio socio sul palco, il due maggio abbiamo sempre la febbre a trentotto per via di tutta quella tensione che si accumula fin dalle prove. La cosa più bella è il pranzo che facciamo prima di cominciare: finita l’ultima prova ci troviamo sul palco, creiamo un tavolo con i bauli dei macchinari e mangiamo tutti insieme. Vino, affettati, formaggi, tutta roba da Primo Maggio insomma. Quando ci vedono le crew straniere ci scambiano per matti (ride).

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