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Liberato(ci) dal male

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È uscito domenica scorsa Me staje appennenn' amò, l'ultimo singolo di Liberato, il fenomeno mediatico del 2017.

Leggendo qua e là su Liberato, ho notato che ci sono due modi in cui la stampa ha affrontato il fenomeno: uno che si focalizza sulla musica del cantante, e quindi sul miscuglio fra neomelodico e trap, e uno che si concentra, invece, sul modo in cui questa musica è stata diffusa e promossa. L’opera d’arte all’epoca della sua riproducibilità su Internet.
Ad ogni modo, tutti gli articoli finivano di fronte allo stesso punto di domanda: Liberato è un autore valido o una semplice operazione di marketing? Dare una risposta a questa domanda equivale a prendere una posizione su tante altre questioni. Ma con calma, ci arriviamo.

A Maggio, Michele Monina, scrivendo per Linkiesta.it, bollava il fenomeno come l’ennesima menata di un circuito chiuso e autoreferenziale come quello dell’indie:
Le micro-comunità tendono a cantarsele e suonarsele da sole. E coi social tendono a cantarsele e suonarsele da sole, ma di fronte agli altri […] Così cantandosela e suonandosela ecco che i tre o quattro gatti che animano la scena fanno crescere l'hype del progetto Liberato. Ne parlano, ne fanno parlare […] Ma il mistero vero resta perché si debba parlare di fenomeno per un cantante o quel che è che ha sfornato due canzoncine carine, ma niente di che.

Monina, in parte, ha ragione. L’indie è una bolla con delle leggi interne e delle costanti che, se usate bene, portano sempre allo stesso risultato. L’anonimato è una di queste. Il recente (ma neanche più di tanto) successo di band o cantautori circondati dal mistero impone una seria riflessione. Quello che bisogna chiedersi è se l’anonimato e una strategia di marketing efficace possano essere da sole la garanzia di successo e se il pubblico, negli artisti, cerchi ancora la musica o risponda pavlovianamente a stimoli sempre uguali (leggi: hype). La risposta, a quanto pare, è più complicata di quanto si pensi.

Davide Turrini, presentando Liberato su ilfattoquotidiano.it, lo definisce:
un piccolo maestro di affabulazione e marketing, di musicofilia e intelligenza commerciale”.

Mentre Giovanni Ansaldo, su Internazionale, avverte:
Adesso, dal punto di vista musicale, per Liberato viene la parte più difficile, perché il giochino dell’anonimato, da solo, non può funzionare in eterno. Quale sarà la sua prossima mossa? Arriverà un album? E, soprattutto, riuscirà Liberato a essere all’altezza delle aspettative che lui stesso ha alimentato?

Ora, parliamoci chiaro, vedere nell’aura di mistero di Liberato una provocazione intellettuale e non una strategia commerciale è veramente difficile. L’anonimato del cantante napoletano è scaltro marketing, non ha niente a che vedere con quello dei TARM o de I Cani. Ma il punto su cui bisognerebbe riflettere è un altro: il fatto che nel 2017, con un’industria musicale che preferisce puntare sui talent, un musicista abbia la necessità di inventarsi delle strategie di marketing per raggiungere il successo.
In tempi non sospetti bastava una bella canzone. E basta ancora, grazie al cielo, perché altrimenti basterebbe mettersi una maschera per macinare views su Youtube. Ma prendere una posizione morale sulle tattiche di Liberato, equivale anche a prendere una posizione su tante altre cose.

Monina ha ragione, l’indie è un circuito chiuso e autoreferenziale, ma a seconda di come si giudicano i fenomeni di culto interni a quel circuito, si decide se guardare all’indie come un movimento di resistenza popolare all’abbrutimento della musica o come un insieme di palloni gonfiati chiusi in una torre d’avorio. Allo stesso modo, bollare Liberato come semplice marketing o esaltarlo come un artista, equivale a guardare al nuovo mercato musicale di Internet come il futuro o come un inutile passatempo. Tutto sta nelle prospettive. Ma forse non bisogna riflettere su Liberato, perché è Liberato stesso la riflessione. Il fatto che un cantante anonimo di Napoli (o un trapper di Milano come Ghali) abbiano conseguito un successo così strabordante implica che una domanda che va al di là dell’ennesimo cantante uscito da Amici esiste ed è pure forte.

Forse l’offerta dovrebbe tenerne conto e la prossima volta la Sony e la Warner dovrebbe offrire un contratto ad artisti del genere. Così almeno evitiamo di farci tutte queste pippe mentali e io evito di perdere due giornate a scriverle.

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