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La musica non è un mestiere per donne

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Se non avete vissuto in una bolla sospesa nel cielo nelle ultime settimane, avrete avuto sicuramente modo di leggere del cosiddetto “Caso Habanero”, esploso in seguito alla presa di posizione pubblica fatta da Federico Fiumani sul proprio profilo Facebook, e che è stata poi attribuita ai danni di Emanuele Podestà, direttore artistico del Supernova di Genova.

“Io con gli stronzi che picchiano le donne non ci lavoro, anche a costo di dover annullare concerti e pagare penali”.

Al di là del caso in sé – che sembra solo agli inizi e che ha visto un solo commento di Podestà circa la sua innocenza e il suo ricorso in tribunale contro Fiumani, secondo il sito AGI.it – la faccenda ha permesso a un tema caldo e spesso sottaciuto di emergere: come vengono viste le donne nell'ambiente musicale.
Perché questo genere di situazioni, dove le donne vengono molestate, ricattate, maltrattate e a volte abusate (fisicamente ma anche solo psicologicamente) accade accanto a noi, ogni giorno.

Una prima risposta significativa l'ha data il sito Bossy, con le parole di Carlotta Vagnoli che spiegano molto bene il livello di connivenza nel mondo artistico nei confronti di queste situazioni: “Perché è importante? Perché questa è una storia che va raccontata da chi è stanco di un sistema artistico troppo spesso corrotto e complice di questi meccanismi. Perché vogliamo che diventi un racconto più grande, che sia in grado di far emergere le testimonianze di tutti quelli che subiscono questa vicenda e vicende simili. Che sia la spinta per denunciare un panorama artistico che penalizza le donne e troppo spesso le pone davanti a situazioni orribili. Situazioni sotto gli occhi di tutti ma delle quali nessuno parla. Perché “tanto funziona così”. Ecco, noi non vogliamo più che funzioni così”.

Che esista una misoginia intrinseca nell'ambiente musicale #losapevanotutti – e l'hashtag ideato dalle ragazze di Bossy è davvero azzeccato – ma quello che è sempre mancato è stato il prendere una posizione nei confronti di questi atteggiamenti.

Già in estate un altro episodio aveva alzato i toni nei confronti della situazione musicale al femminile in Italia: la cantante CRLN, che apriva un concerto di Gemitaiz, aveva raccontato di aver ricevuto da parte di un piccolo gruppo di ragazzi commenti sessisti, sostenendo (sulle pagine web di Rolling Stone) che “è pieno di ragazze musiciste che hanno subìto e continueranno a subire questo tipo di trattamento da branchi di ragazzini maleducati e abbandonati ai propri errori anche da chi avrebbe il potere di cambiare le cose e decide consapevolmente di non farlo”. Seppure una situazione nettamente differente, l'assenza di empatia da parte perfino dello stesso Gemitaiz è il segno della situazione attuale nel panorama italiano.

Proprio negli stessi giorni dell'episodio di CRLN è partita l'avventura italiana di Shesaid.so, una rete internazionale di donne e ragazze che lavorano nel music business e sono arrivate a contare oltre 900 iscritte e che di recente, al Linecheck di Milano, hanno tenuto l'ultimo incontro.

Proprio sulla pagina Facebook di Shesaid.so Italia il “Caso Habanero” è stato ben argomentato e analizzato nei suoi aspetti più dannosi e lesivi, quelli cioè che vanno oltre il singolo caso di molestia, per rappresentare un malessere di un intero mondo, quello dell'industria musicale, italiana ma non solo: “Il music business italiano (così come quello internazionale) è storicamente un ambiente molto maschile. Purtroppo, per le donne che ci lavorano, questo significa anche che è un ambiente ostile. Non è così sempre, e per tutte, ma sappiamo per certo che questa ostilità si manifesta in una vasta gamma di sfumature che va dall’esclusione delle donne in molti tipi di attività professionale (la versione ufficiale è che “non ci sono, non esistono, non ne conosco”) all’abuso vero e proprio”.

Inoltre, nel medesimo post, si mostra l'importanza ma anche il limite stesso della necessità di intervento di Federico Fiumani sulla faccenda: “Per far sì che si prendesse atto di quanto accadeva da anni, purtroppo è stato necessario che a parlarne fosse qualcuno con molto privilegio: in questo caso un uomo quasi sessantenne, con una certa carriera alle spalle, conosciuto in questo ambiente”.

Quindi ancora una volta, esplode lo scandalo solo e soltanto se a denunciarlo è un uomo e con l'autorevolezza per farlo, manifestando il limite e l'impotenza che le donne spesso sono costrette a subire, e che più volte porta le vittime a rinunciare perfino di denunciare i fatti.

La speranza è che la rotta inizi a cambiare, che aumenti la consapevolezza di quanto certamente si è fatto fino ad oggi, ma di quanto ancora ci sia bisogno di lavorare affinché certe situazioni e certi comportamenti non accadano più.

Lottiamo affinché si smetta di pensare (e di agire, quindi) che in Italia la musica “non è un mestiere per donne”.

 

 

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