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Perché i deejay tengono a galla i digital store

Perché i deejay tengono a galla i digital store? - Le storie - iBLOG

Il mercato musicale è cambiato, se n'è scritto, parlato e dibattuto tanto, i media affrontano l'evoluzione con un pizzico di nostalgia condivisibile. Solo un gruppo di impavidi può salvarlo. I D.J.!

Lo so che sembra strano ma qui non parliamo più del digitale che prende il posto del supporto fisico, ormai a questo dobbiamo arrenderci. Parliamo dell'acquisto surclassato dallo streaming. In poche parole: chiudono i piccoli negozi sotto casa, faticano anche i negozi online.

Secondo i dati della FIMI pubblicati sul sito “...il digitale ha registrato una performance stabile, seppure influenzata negativamente dal continuo declino del segmento download (- 10%). Lo streaming, cresciuto del 3%, ha raggiunto la più elevata quota di mercato di sempre e rappresenta oggi il 44% di tutto il mercato discografico” nel 2017.

La maggiore accessibilità e convenienza dello streaming, spinge gli utenti a preferire un abbonamento illimitato a una libreria sconfinata di canzoni, senza percepire la necessità di fare propria questa o quella canzone e acquistarla. L'evoluzione della immaterialità dell'oggetto canzone, raggiunge l'apice massimo. Nessuna proprietà reale, solo la possibilità, rinnovabile mensilmente per lo più, di ascoltare tutta la musica desiderata.

 

E PERCHÉ I D.J.? CHE C'ENTRANO?

Mi spiego subito.

Da circa 16 anni svolgo regolarmente questa attività (non scrivo “suono” altrimenti scatta l'incidente diplomatico) e ho iniziato con i vinili per passione, poi sono passato ai cd per praticità – comunque portavo due valigette pesanti come la slitta di Babbo Natale con tutte le renne.

L'abitudine era ritrovarsi con altri colleghi in un piccolo negozio nascosto fra i palazzi del centro di Roma, in zona Ottaviano, vicino al Vaticano per intenderci. Un microcosmo in cui chi gestiva l'attività ricopriva più ruoli: d.j. - venditore – proprietario. Me lo ricordo come un paffuto locandiere, ingrigito dal tempo ma cortese e appassionato del suo lavoro. Malgrado le sue innumerevoli qualità, c'era un'attitudine che spiccava: era un consigliere. Come nei film del Medioevo, una persona altamente rispettabile e competente che a seconda delle esigenze sapeva consigliare i dischi o le compilation più adatte. Un mago, ai miei occhi.

Ebbene, i pomeriggi scorrevano veloci, fra una bibita e una pila di cd da ascoltare e provare. Il prezzo medio di un cd era 10/15 mila lire, invariato col cambio in euro – forse una delle poche eccezioni. Al massimo 20€ per edizioni limitate o con doppio cd. I cd erano il supporto largamente utilizzato per lavorare. Si acquistavano, o si masterizzavano. Termine forse desueto oggi, ma all'inizio dei '00 e soprattutto grazie al nuovo formato mp3, si cominciava a fare largo uso del digital store e della masterizzazione per fare suonare fisicamente i cd.

 

I "NEGOZI" PIÙ FAMOSI IN QUEL MOMENTO: iTUNES, BEATPORT, DEFECTED

Grazie ai digital store i costi spesso potevano abbattersi. Sovente si trovavano offerte del tipo “TOP 50 house tracks” a €9,99.
Comunque il prezzo medio era ed è tutt'ora di circa 1€ a canzone. L'acquisto era fondamentale, scaricare illegalmente penalizzava - e penalizza - la qualità del suono e del lavoro. Non affronterò qui il dibattito etico/giuridico.

Chiaramente le case produttrici di consolle si sono dovute adeguare. Dal lettore cd audio – storico CDJ Pioneer 100 – al lettore cd mp3, fino alle consolle dotate di ingresso usb, ancora oggi in uso. In questo campo, però, l'evoluzione si è fermata qui.

La figura del D.J. è professionalmente forse l'unica che NON può effettivamente usufruire dello streaming legale. Il mestiere è caratterizzato dal passaggio da brano A a brano B, per semplificare, quindi necessita di due segnali differenti. Per di più, con le nuove forme di modifica del suono, del tempo, insomma per giocare con la traccia, serve necessariamente la piena disponibilità del file audio.

Pensando al mercato in larga scala, immaginate quanti ragazzi e ragazze, giovani o meno giovani, che devono preparare un evento, una serata. Sono tanti i D.J. (veri) nel mondo, per ogni discoteca presente sulla Terra ce ne sono almeno due a serata. Ipotizziamo che il 95% acquisti legalmente musica dai digital store, oltre a qualche utente che lo fa liberamente senza motivi professionali. Ecco che i “negozi” in rete hanno la propria clientela affezionata. Soprattutto costretta ad acquistare. Un bacino di acquirenti in continua espansione. Con le nuove tecnologie è più semplice dire “sono un d.j.”, ma ci sarà modo di parlare anche di questo. Il dato comunque è che molti, anche giovanissimi, iniziano e tanti proseguono questa carriera.

Quindi se iTunes, BeatPort e tutti gli altri dovessero rendersi conto una mattina di essere ancora vivi, potrebbero serenamente dedicare il successo degli Indeep a chi investe digitalmente sulla musica.

Non c'è di che ragazzi.

 

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