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Quando la musica è terapia

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Per scoprire la nascita della musicoterapia (quando la musica viene utilizzata per aiutare la qualità di vita delle persone a livello emotivo, sociale e spirituale) dobbiamo osservare le culture sciamaniche sparse nel mondo odierno, i cui rituali ‘scaccia malattie’ (o ‘scaccia demoni’) ci permettono di ipotizzare il contesto nel quale venivano svolte queste cerimonie agli inizi della civiltà: melodie semplici, forte presenza ritmica, cantilene ripetute in continuazione. Tutto ciò mostra una funzione primordiale della musica: indurre uno stato rilassato nel paziente.  

 

DAGLI EGIZI AI GIORNI NOSTRI

La musica è sempre stata protagonista nella storia dell’uomoTra le tante leggende narrate, gli egizi credevano che la formazione del mondo fosse avvenuta grazie al Dio Thot, il quale avrebbe ritrovato l’occhio di Horus (Ra, il dio falco) grazie alla musica proveniente dal bulbo oculare, a significare l’essenza più intima della realtà. Mentre, tra i greci, erano diffusi musicoterapeuti che, a seconda del malessere mentale e fisico, applicavano suoni dolci e armoniosi con la lira o più elastici con l’ausol (simile al flauto).  

Nel De MusicaSant’Agostino scrive che la musica “resta un rumore insignificante fin quando non tocca l’anima”. Eppure, per crederci veramente, abbiamo dovuto aspettare fino alla prima metà del Settecento: Richard Brocklesby, medico musicista londinese, scrisse un trattato di musicoterapia; Louis Roger, medico di Montpellier, nel 1748, pubblicò il Traité des effects de la musique sur le corps humain, nel quale paragonava il corpo umano a strumenti musicali che vengono stimolati e attivati dalle vibrazioni sonore. Nel 1919 arriva il primo corso universitario sulla musicoterapia a firma della Columbia University (USA). Nel 1944, nello stato del Michigan, viene inaugurato il primo corso quadriennale di specializzazione in merito.  

L’Italia non è rimasta a guardare. Seppure con qualche annetto di ritardo, infatti, nel 1843, nel Morotrofio di Aversa, furono attuati i primi strumenti di musicoterapia da parte di Biagio Gioacchino Miraglia, psichiatra e poeta italiano. Nell’attuale contesto nazionale, il musicoterapeuta non è riconosciuto come figura professionale dal Ministero della Salute, e non può esser legittimato da un corso privato o pubblico. 

 

C'È POCA MUSICOTERAPIA

Attualmente, esistono due terapie applicate alla musicoterapia: attiva (il terapeuta e il paziente creano musica con l’aiuto di strumenti e altri oggetti); ricettiva (il terapeuta riproduce la musica e il paziente può ascoltare o meditare).  

Alcuni benefici della musicoterapia furono registrati già dopo la Prima Guerra Mondiale. Nel Regno Unito, vennero istituiti i primi gruppi musicali che avevano il compito di somministrare terapia sonora per allietare i pazienti. Durante queste sedute, si notarono cambiamenti fisiologici macroscopici sulla respirazione, sulla pressione sanguigna, sui riflessi muscolari e sull’umore.  

Secondo un’analisi del 2017 dei dati inseriti nel database della Cochrane Library, la musica potrebbe giocare un ruolo nevralgico nella depressione. Trattamenti tradizionali quali psicoterapia e terapia farmacologica, infatti, potrebbe avere maggiori risultati positivi se fossero accompagnati dalla musicoterapia. I dati in questione sono relativi a 421 partecipanti a 9 esperimenti a breve termine. Più in generale, però, lo studio ha rivelato che i pazienti si sentivano meno depressi quando la musica accompagnava il loro trattamento.  

Nel febbraio 2018, uno studio inglese condotto dal think tank dell’International Longevity Centre e dall’ente di beneficenza Utley Foundation, ha sottolineato che le potenzialità della musicoterapia vengono sfruttate al minimo. Ad esempio, nel Regno Unito, soltanto il 5% delle case di cura con persone affette da demenza fornisce strumenti musicali e artistici.  

Repubblica.it, l’esperto di musicoterapia Marco Iosa della Fondazione Santa Lucia ha sottolineato l’esigenza di una maggiore attenzione in materia, anche se “mancano ancora altri studi strutturati sull’impatto di questi trattamenti nelle varie malattie”.  

Tuttavia ci sono progetti attualmente in corso, come il Sonic Hand, coordinato dal professor Alfredo Raglio e realizzato dalla Fondazione Maugeri (assieme al Santa Lucia). “Nei pazienti che hanno avuto un ictus – spiega Iosa – proponiamo l’ascolto di brani e l’interazione del paziente che ha un danno cognitivo-motorio. In pratica, un sensore registra i movimenti della mano e produce suoni che si possono associare a questi movimenti. Ad esempio, se il paziente apre la mano si sente un suono che via via aumenta in volume, mentre se vengono mosse le dita viene riprodotto un suono che somiglia allo strimpellio della chitarra. E questo è molto importante, dato che così la persona risulta più partecipe durante la sua riabilitazione e cognitivamente coinvolta nella sua riabilitazione”.  

Insomma, la musicoterapia s’ha da fare. 

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