iBLOG

LE STORIE

Che fine ha fatto l'hype delle canzoni dei cartoni animati?

Che fine ha fatto l'hype delle canzoni dei cartoni animati? - le storie - iBLOG

Cristina D’Avena è tornata con un nuovo disco. Altre sedici sigle di altrettanti cartoni animati con altrettanti artisti, pronti a far scoprire nuovamente il mondo dei cartoon come solo lei (e Marco Vanni) ha saputo fare.

E chi è nato a cavallo degli anni Ottanta, Novanta e Duemila lo sa bene. Quel suono della campanella che annunciava la fine delle lezioni, i ragazzi che uscivano dalla scuola per fiondarsi a casa a guardare i cartoni animati. Sì, anche pranzare, ma principalmente per immergersi in questo fantastico mondo. Almeno fino a qualche tempo fa, quando la televisione era il medium incontrastato dell’immagine e non esistevano altri schermi secondari a distogliere l’attenzione. Un contesto che ha favorito l’amore spasmodico nei confronti delle sigle.

A tal proposito, possiamo ipotizzare che l’hype delle sigle dei cartoni animati abbia i suoi albori nello Zecchino D’Oro degli anni Sessanta, che riuscì a incamerare l’attenzione di genitori e figli nei confronti della musica per bambini. A conti fatti, l’idea di un Festival di Sanremo per bambini è stata piuttosto geniale. E questo avrebbe aperto degli scenari ancora più ampi, come lo scandire delle ore precise in cui irradiare cartoni animati in tv. Tipo Bim Bum Bam, per intenderci.

A lungo andare, il merito della diffusione dei cartoni animati e degli anime è da attribuire alle sigle degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Un fenomeno gigantesco, forse ancora molto complesso da spiegare, che ha saputo creare un meccanismo di identificazione migliore di qualsiasi pubblicità. E poi, si trattava di opere pensate e lavorate ad hoc, create e interpretate in modo tale da essere presentate come singoli in grado anche di scalare le vette di Spotify.

Galeotto fu il canotto? No, fu Alessandra Valeri Manera, paroliera, giornalista e autrice che, nel corso della sua carriera, ha scritto centinaia di testi per sigle di cartoni animati e canzoni per bambini. Definendo perciò un nuovo genere della musica italiana, non più meramente fine a se stesso, ma in grado di vendere dischi.

L’evoluzione del genere è stata impressionante. Sicuramente la televisione ha giocato un ruolo nevralgico, vista la totale assenza all’epoca di altri dispositivi che potessero minare l’attenzione dei telespettatori: sia televisioni locali che nazionali stavano plasmando una nuova arte. Il risultato? Il pubblico si è affezionato al prodotto nuovo, originale e accattivante. Prima ancora che il concetto “virale” divenisse cybernetico, tra gli anni Ottanta e Duemila si assisteva a qualcosa di simile. Tant’è che la parodie dei Gem Boy hanno solo riaffermato questo strapotere mediatico.

I capisaldi vocali li conosciamo: Cristina D’Avena e Giorgio Vanni, che hanno saputo dare un’impronta decisiva al contesto, riaffermandosi in epoche successive, persino nell’era dell’audio streaming.

Di fatto, la cantante bolognese è divenuta una pietra miliare della musica italiana, in quanto ha dato sostanza e concretezza a un settore discografico poco sfruttato. Certo, gli album per bambini sono sempre esistiti, ma nessuno di loro è risultato essere “disco d’oro”, cosa che avvenne con Cristina: grazie alle sue 313 pubblicazioni e ai suoi 743 brani, di cui 390 sigle (dati Wikipedia), oggi rivediamo in lei non solo un effetto nostalgia misto a vintage che tanto idolatriamo, ma una sorta di totem al quale portiamo riverenza e rispetto. Insomma, D’Avena è riuscita ad alzare l’asticella in un contesto in cui tutti si limitavano a fare il compitino. Per di più, è riuscita ad ottenere una credibilità invidiabile.

Nella controparte maschile troviamo Giorgio Vanni. La sua è una carriera molto più autorale, ma anche come interprete ha saputo dare il suo contributo più che mai eccellente (Lupin, Dragon Ball e Pokémon). Apparso negli anni Duemila, il cantante milanese è riuscito a ritagliarsi un posto, nonostante una Cristina D’Avena straripante.

Adesso, però, il tempo delle sigle dei cartoni animati sembra essersi congelato. Basti ricordare la furente protesta social accesa per il featuring di Giorgio Vanni e Moreno in merito alla sigla di Lupin, L’avventura italiana, scaturita anche in una campagna su Change.org per chiedere che venisse vietata la trasmissione in tv.

D’Avena e Vanni non possono essere imitati. O, quantomeno, non ne nasceranno altri così. Entrambi, assieme a Manera, hanno segnato un’epoca generazionale che resterà incastonata nel miglior diamante dei ricordi. Questo perché, oggi come oggi, non sembra ci sia più grande attenzione nel voler puntare sullo sviluppo di questo settore discografico. È come se il tempo delle grandi hit dei cartoni animati sia fermo fino a nuovo ordine, a favore di proposte che diano più spazio al prodotto a sé (il cartone animato) rispetto alla sua musicalità.

 

© 2019 iCompany srl - P.IVA 13084581001. All Rights Reserved.Designed by ServiziMedia

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Continuando la navigazione sul sito, si acconsente all'utilizzo dei cookie. Per saperne di piu'

Chiudi