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La condanna del Cantautore

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Il 30 novembre 1999 usciva ...Squérez?, il primo – e ultimo – album dei Lùnapop.

Una data che, di per sé, non ci dice nulla, anche se nella realtà dei fatti segna l’incredibile scalata di Cesare Cremonini, prima da semplice ragazzo in vespa e poi da uomo adulto con l’animo da fanciullo. Un percorso, però, che non è rimasto scevro da sviluppi inattesi. Su tutti, lo scioglimento della band a seguito del mirabolante successo.

Già, perché ...Squérez? fece il botto fin dalla sua prima apparizione nei negozi di dischi: il 22 giugno 2000, infatti, raggiunse il primo posto degli album più venduti, restandoci per ben tredici settimane, fino al 14 settembre (dati FIMI). Inoltre, risultò il terzo disco più venduto in Italia nello stesso anno (Corriere della Sera), totalizzando in meno di due anni più di un milione di copie vendute.

Insomma, il trionfo dei Lùnapop era assicurato. Invece, sul più bello, qualcosa si ruppe. L’ultima apparizione della formazione bolognese, di fatto, fu il 18 settembre 2001, all’Arena di Verona, in occasione del Festivalbar. Poi, Cesare Cremonini andò per la sua strada assieme a Nicola ‘Ballo’ Balestri, lo stesso compagno di viaggio che gli restò fedele anche nelle discussioni interne la band.

All’epoca, la fine dei Lùnapop fu colta come la conclusione del cammino artistico di Cremonini. Pensiero generale vedeva il cantautore non in grado di reggere la pressione mediatica da solista. Ma, in questo, il lavoro del suo produttore e manager Walter Mameli fu mirabolante: prima con la band, riuscendo a non mandare al macello un giovanissimo Cremonini; successivamente, rilanciando la figura del cantante in un’ottica del tutto riqualificata, più intimistica e sognatrice, staccandola completamente dalle sue radici.

La storia di ...Squérez?, un album di successo che decretò la fine di un gruppo rivoluzionario, va di pari passo con un tema abbastanza curioso: in Italia, i gruppi musicali fanno molta fatica a emergere o a restare sulla cresta dell’onda mediatica. Perché? Non c’è un dato scientifico preciso al quale appoggiarsi, ma possiamo supporre che la sostanza culturale del Belpaese resti ancorata alla figura del cantautore vecchio stampo, che affiora sopra tutti in termini di autorevolezza e gradimento popolare.

Ciò che resta iconico del gruppo è il frontman, prima che l’identità stessa. Nonostante il successo ottenga una risonanza notevole. Se osservassimo il passato, gli unici gruppi che sembrerebbero esser sopravvissuti a tale flusso sono i Negramaro e i Negrita, seppur qualche scossone l’abbiano patito con l’emersione di Giuliano Sangiorgi e Paolo ‘Pau’ Bruni come singoli artisti.

Guardando sempre alle nostre spalle, ritroviamo formazioni che hanno avuto una vita bizzarra. Pensiamo, ad esempio, ai Liftiba: un tira e molla perpetuo, che ha dato un giovamento parziale al solista Piero Pelù, ma che non gli ha permesso di essere consacrato a livello mainstream.

Discorso simile, e più recente, è quello degli Articolo 31: dopo aver messo un punto fermo nella collaborazione con Fedex, J-Ax ha ripreso i contatti con DJ Jad per ridare linfa a una reunion che, purtroppo, sembra non aver ottenuto quell’appeal extra-solista che ci si aspettava. Un altro due storico è quello degli 883, della voce inconfondibile di Max Pezzali e dell’iconico Mauro Repetto. Una band che, di per sé, viveva su questi due pilastri, ma che si sciolse nel corso degli anni per l’emersione totale del cantante pavese.

Nella scena attuale, la spasmodica ricerca del frontman colpisce a più riprese. Basti pensare ai Thegiornalisti, il cui ruolo di Tommaso Paradiso si eleva sempre più rispetto agli altri due compari di scena. E poi, la Dark Polo Gang, che con l’uscita di Dark Side ha perso una spinta rivoluzionaria nevralgica che li caratterizzò a inizio carriera. Mentre ora gli occhi sono puntati sui Maneskin, per capire se Damiano David e Victoria De Angelis non costringeranno la formazione romana all’oblio.

Secondo il linguaggio dei Lùnapop, Squérez significa “merda” nell’accezione beneaugurante del termine, come l’urlo che fanno gli attori di uno spettacolo teatrale poco prima dell’apertura del sipario. Malgrado la speranza però, nel nostro Paese, i gruppi ad avercela realmente fatta sono rari. A ragion veduta, l’emersione del singolo personaggio resta – anche in termini di marketing – la visione più classica e affidabile a cui il pubblico guarda con ammirazione e stima.

La colpa, dunque, non sembra sempre essere delle realtà artistiche in sé: oh, i Lùnapop avevano stravinto alla prima uscita. Il problema – se così lo vogliamo intendere – è nel modo a cui lo sguardo italiano si approccia alla musica, probabilmente ancora fermo alla dimensione cantautorale. Che di per sé può anche starci. A volte, però, essere bloccati alla tradizione non porta giovamenti interessanti, rischiando inverosimilmente di non garantire alle nostre orecchie nuovi protagonisti dalle rivoluzioni epocali.

 

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