iBLOG

LE STORIE

Ucronie musicali: quando Battisti arrivò primo in America

Ucronie musicali: Quando Battisti arrivò primo in America - le storie - iBLOG

Nel 1977 dopo l'uscita di “Io tu noi tutti”, ovviamente primo in classifica e secondo disco più venduto dell'anno, Lucio Battisti è ancora una volta il cantante di riferimento del mercato italiano: il più bravo, il più innovativo, il più internazionale almeno per quello che riguardava il sound (l'album non a caso era stato registrato in America).

Lucio Battisti era infatti sicuramente il più alla “moda” per quello che concerneva la canzone d'autore italiana: grazie al sodalizio artistico con Mogol, che l'aveva proiettato ai vertici del panorama nazionale, l'unica cosa che rimaneva da fare era provare il mercato internazionale. In fondo pochi anni prima i gruppi del progressive rock, soprattutto la PFM, erano riusciti ad emergere nel complesso mondo anglofono, con discreti risultati. Perché non Battisti?

È per questo che la RCA decise di investire e di lanciare il Lucio nazionale nel mercato americano: l'operazione consisteva nell'adattare e tradurre i brani del suo ultimo disco, come “Amarsi un po'” e “Sì, viaggiare”, a cui si sarebbero aggiunte due rivisitazioni di classici come “Il mio canto libero” e “La canzone del sole”.
In un primo momento i testi erano stati affidati a Marva Jan Marrow, fino a quando Mogol insistette affinché venissero resi più simili alla versione letterale, e finirono nella mani di Peter Powell.

Poi, chissà come mai, lo stesso Mogol si rese conto della difficoltà di adattamento del testo nella così differente lingua inglese e decise con grande umiltà di “mollare” la presa, accettando, forse non di buon grado ma senza rimostranze, una terza traduzione capace di fungere da raccordo fra la versione italiana e una lingua più vicina ai gusti americani del 1977.

D'altro canto lo stesso Lucio in vista di questo passo così importante si era messo sotto esercitandosi nella lingua, studiando la pronuncia correttamente e impegnandosi a capire a fondo le nuove parole in modo da poterle cantare in maniera più viscerale e profonda.

Fu così che quando uscì “Images”, questo il nome del disco, per il mercato americano, le aspettative c'erano, ma erano discrete.

Il risultato fu sorprendente per tutti. Infatti nel giro di qualche settimana il disco entrò nell'heavy rotation americana, schizzando in cima alle classifiche e rimanendoci per diverse settimane, con il picco di un secondo posto per “To feel in love”, adattamento di “Amarsi un po'”. Dopo l'exploit di Modugno di vent'anni prima, questo era il secondo e più definitivo riconoscimento della musica italiana nel mercato americano: il suo rappresentante più identificativo ne aveva infatti raggiunto la cima, anche se questa volta adattando una canzone e il suo stile alle regole di un mercato straniero.

La reazione in madrepatria fu incredibile: le notizie che arrivavano erano ovviamente fuori da ogni controllo. E quando arrivò la proposta per organizzare un tour americano, Lucio, che storicamente era restio a esibirsi, dovette accettare. Anche perché certi treni passano una volta soltanto. Ovviamente il pubblico americano, che in quelle settimane aveva imparato a conoscere e amare Battisti, era lì solo per i brani in lingua inglese di “Images”, ignari perlopiù dell'enorme quantità di classici prodotta dal duo negli anni precedenti. Fu comunque il primo passo per far capire che Lucio doveva andare oltre e staccarsi dalla natìa lingua italiana.

Fu così che nel giro di pochi mesi venne organizzato e registrato il secondo disco in lingua inglese, “Friends”, anche questo un miscuglio di nuove canzoni di un disco che sarebbe dovuto uscire in Italia e si sarebbe dovuto chiamare – a quanto raccontò in seguito Mogol – “Una  donna per amico” (si trovano online oggi alcune demo delle canzoni in italiano, mai pubblicate), e altri brani ormai classici del suo repertorio. Sulla scia del successo precedente, “Friends” arrivo primo in classifica, portando due singoli nella Top ten, con “Baby it's you” che arrivò al terzo posto, e “I think of you” che rimase saldamente in classifica per diverse settimane come il singolo più venduto in America.

Ormai la consacrazione di Battisti su suolo americano era definitiva. Fu proprio alla fine degli anni '70 che David Bowie, storicamente fan dell'attività di Battisti, si propose di realizzare un album insieme al cantautore come produttore artistico (era infatti di qualche anno prima la sua produzione e traduzione di “Io vorrei non vorrei ma se vuoi” per l'amico chitarrista Mick Ronson). Il terzo disco in lingua inglese di Battisti, “Gray days”, con la produzione di David Bowie, non raggiunse l'incredibile successo di “Friends”, ma si confermò come uno dei dischi più venduti dell'anno. Facilitato anche dal suo trasferimento a Los Angeles, Lucio Battisti perse via via il contatto con la canzone e con il pubblico italiano: forse per questa lontananza o per un naturale bisogno di andare avanti, concluse la propria storica collaborazione ed amicizia con il paroliere Mogol, a cui furono preferiti, in questa fase, i testi di Bowie. Lo stesso Lou Reed, che orbitava nei pressi in cerca dell'amico inglese, si dimostrò interessato a collaborare (anche lui storico fan del lavoro di Battisti): il loro duetto su “Enslaved lovers” è ancora oggi un piccolo miracolo della musica.

L'Italia, invece, di colpo si era ritrovata orfana del suo più grande cantante e autore: ora finalmente libero dalle pressioni nazionali, Lucio infatti entrava nel jet-set americano in punta di piedi e senza fare rumore, evitando accuratamente gli scandali e le luci della ribalta ma mantenendosi presente ed attivo nella scena, grazie a costanti tour negli States. Quando nel 1982 per promuovere il suo quarto album in lingua inglese “And now” fu organizzato un tour mondiale, il suo ritorno in patria non fu dei più semplici.

Se infatti Battisti tornava come la grande star internazionale che era diventato nel frattempo, non ebbe alcun occhio di riguardo nei confronti del suo Paese natale e non cambiò assolutamente la propria scaletta, dedicata esclusivamente ai lavori più recenti in inglese e senza nessuno spazio per i grandi classici degli anni 70 in lingua italiana.

Se comunque il pubblico italiano, quello più giovane, lo aveva capito, seguito e forse anche scoperto così, quello più adulto cresciuto con le sue canzoni si sentì tradito: per questo i suoi concerti italiani furono subissati da fischi, col pubblico che iniziò a pretendere i brani più vecchi al posto di quelli recenti, costringendo poi i promoter a bloccare la tournée dopo solo tre date.

Fu l'ultima volta che Battisti si concesse per l'Italia, probabilmente ferito e amareggiato per quella reazione che considerava ingiustificabile e ingrata. Tornato in America, continuò la sua carriera in una via sempre più sperimentale e attenta alle nuove sonorità elettroniche, andando a ricercare una musica personale, sempre più lontana dalle sue origini italiche e dalla tradizionale forma canzone.
Nondimeno grazie all'incredibile successo di “Images” prima e “Friends” poi, tutto il mercato italiano ne risentì ovviamente in meglio, con una grande attenzione nei confronti dei nostri autori e cantautori principali. Se però un De André, che venne contattato dalla Warner, non riuscì a trovare un accordo per realizzare un disco in lingua straniera (si dice che non volle “liquidare al soldo delle multinazionali l'ultima forma espressiva libera, la poesia”), il disco di Dalla e De Gregori “Banana Republic” fu un piccolo successo riuscendo a entrare nella Top 30 americana, il che permise loro di aggiungere due date negli States al loro leggendario Tour del 1980. Così ancora oggi possiamo vedere sul suolo americano dei piccoli emuli del nostro grande Lucio Battisti, che cresciuti negli anni '80 hanno assorbito la italodisco e le influenze elettroniche del cantante di Poggio Bustone, e anche quella sua vena italiana che niente e nessuno poteva strappargli via, regalando al Mondo quel briciolo di internazionalità che la musica italiana ha sempre provato a ottenere e non è più riuscita ad avere, se non tramite parodie del Belcanto o cliché triti e ritriti.

Così, grazie a quel primo disco, in inglese, “Images”, il Mondo si accorse della grandezza di Lucio Battisti come autore e come cantante, rendendo la musica italiana appetibile per il grande pubblico internazionale, non rendendoci più lontana provincia, in disperata ricerca di attenzioni.

 

© 2019 iCompany srl - P.IVA 13084581001. All Rights Reserved.Designed by ServiziMedia

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Continuando la navigazione sul sito, si acconsente all'utilizzo dei cookie. Per saperne di piu'

Chiudi