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Il rap italiano spara parole (e va bene così)

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XXXTentacion e Jimmy Wopo sono morti a poche ore di distanza nel pomeriggio del 18 giugno scorso.

Entrambi i giovani rapper sono stati uccisi a colpi d'arma da fuoco. Per il primo, Jahseh Dwayne Onfray, che si trovava a Deerfield Beach (Miami), si pensa a un tentativo di rapina finita male (ma si seguono altre piste, anche perché il ventenne era al centro di un caso di violenza domestica, aspettava di essere processato per aggressione a una donna incinta, sequestro di persona, corruzione di testimone e strangolamento). Il secondo portava il nome di Travon Smart e si trovava a Hill District, a Pittsburgh, la sua città natale.

Se volessimo sintetizzare qualche accenno storico, potremmo dire che il rap è una tecnica musicale dell’hip hop, una cultura nata a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta come stimolo alla socialità e alla voglia di emersione. La tecnica del rapping appare quando i performer iniziano a parlare sopra i dischi mixati, tanto da far nascere l’acronimo MC (Master of Ceremonies). Negli anni Novanta abbiamo una vera e propria esplosione del genere, e la crescente dimostrazione che il rap è appartenenza, fratellanza e società. La conseguenza è di una divisione in sottogruppi, principalmente divisi in una faida tra East e West Coast, battaglie rap e/o tra gang che porteranno purtroppo a morti illustre: Tupac Shakur (1996, per il West) e Notorius B.I.G. (1997, per l’East).

Negli Stati Uniti, la morte di un rapper non passa mai in secondo piano, soprattutto se nero. C’è chi ha già sollevato la questione, riguardo a una civiltà fondata sull’odio razziale e sulla facile belligeranza interna, come Childish Gambino con “This is America” e Kendrick Lamar con “To pimp a butterfly”. Per questo motivo, è lecito ipotizzare che le ultime due vittime non siano segni del caso.

L’hip hop definisce una comunità, da sempre. Crea una socialità molto forte attorno le sue rime, riprende il famoso ‘ghetto’ di cui sentiamo tanto parlare, ci ricorda le trame del Bronx.

Da noi, in Italia, questa cultura si è diluita in toni alternativi: la matrice della vita di strada resta come minimo comun denominatore, ma la scena in cui si sviluppa un artista di settore cambia notevolmente.
La differenza sta nei toni: i dissing verbali sono preponderanti in Italia, mentre negli USA le pistole possono parlare assieme alle rime. E, se proprio vogliamo dirla tutta, nel nostro paese abbiamo esempi di beef: i dissing commerciali che servono per far pubblicità. Ma andiamo con ordine.

Uno dei dissing italiani più famosi è avvenuto tra Fabri Fibra e Vacca.
I due hanno lavorato assieme per l’album “Tradimento” (del rapper di Senigallia) e in diversi live. La rottura però avvenne quando l’artista sardo incise “Canto Primo”, singolo nel quale prende di mira “L’italiano balla” di Fibra (“Qualcuno si chiede perché l’italiano balla male, l’italiano balla male le canzoni che fanno cagare”), seguita da un’intervista in cui lo stesso Vacca non mette il suo ex collega nella sua Top ten dei migliori rapper italiani.
Da qui inizia una serie di botta e risposta pressoché infiniti: Fibra con “Zombie” (critica a tutto spiano la società, Milano e il rap, tirando in mezzo Vacca, “CecosloVacca”); Vacca con “Il Diavolo non esiste” (mettendo in mezzo debiti e ingratitudini, oltre alle solite schermaglie da ‘io sono più bravo di te’); Fibra con “Niente di personale” (ben 11 minuti di parole e rime pesanti, con giudizi personali sulla vita privata dell’ex collaboratore, su presunti debiti non pagati e accordi non rispettati); Vacca con “Nella Fossa” (attacca anche Paola Zukar, la regina del rap, nonché manager di Fibra, chiamandola “Paolo” perché – a suo dire – molto mascolina); Fibra con “Fatti da parte” (fa cadere le accuse della controparte sulla sua presunta paranoia di uscire per le strade di Milano); Vacca con “Ritarducci” (brano con strofe così pesanti che l’artista dovette ritirarlo dal suo canale ufficiale quando rischiò la denuncia).

Toni estremi, auguri di morte e parole pesanti: questo è il dissing che si profila nello Stivale. Ad esempio Duke Montana – dopo esser uscito dalla crew TruceKlan – incise “Stai messo male” contro Noyz Narcos, definendolo schiavo delle droghe e irrispettoso con i fan. O ancora, Inoki che se la prese su Facebook con Salmo, la cui risposta è contenuta in “Stupido gioco del rap”, con tante rime al vetriolo nei confronti di Inoki, che risposte con “Parla Chiaro”.

In tempi più recenti, è lecito ricordare il social-dissing tra Fedez, Gue Pequeno e Marracash (a cui si aggiunse in un secondo momento J-Ax). Il tutto partito dai social di Fedez contro Marracash, quest’ultimo reo di aver abbassato lo sguardo dopo aver incontrato l’attuale marito della Ferragni durante un fashionshow. Rizzo rispose con un altro video diffuso in rete in cui disse che fu Federico a squagliarsela come un ladro. Scaramucce.

Citiamo anche il dissing tra Fedez e Fibra, cominciato dall’artista di Senigallia ne “Il Rap nel mio paese” (con una delle strofe che si conclude con “Fuck Fedez”) e la risposta del giudice di X-Factor arrivata proprio durante una puntata del talent show, redarguendo un concorrente anglo-libanese che aveva espresso apprezzamenti per Fibra: “Ascolti rap un po’ di merda”, sarà la sua dichiarazione.

Ovvio, anche la storia del rap americano è contraddistinta da dissing degni di nota. La nostra attenzione, però, si focalizza sul panorama italiano, che non arriva alle armi (per fortuna, anche perché qui non è così facile reperirle come negli USA), ma tra le rime può nascondere minacce di morte. Certo, quelli degli ultimi anni non sono veri e propri dissing, ma delle querelle da soap opera, il più delle volte imbarazzanti. Citiamo brevemente il caso Jovanotti-Fedez, alimentato da dichiarazioni discutibili dell’attuale Ministro dell’Interno Matteo Salvini, che aveva l’aria di un dissing, per poi sfociare in uno scontro di opinioni come tanti altri. Inoltre, in tempi non sospetti, ci fu un beef tra Celentano e gli Articolo 31: il primo iniziò con “Il seme del Rap”, i secondi con “Adriano vacci piano”, poi pace in radio e la band che apre il concerto del cantautore a Cava de Tirreni. Per dire.

In Italia la natura del dissing si è un po’ snaturata, non ha più una potenza verbale vera e propria. E ci può andare bene così. Certo, come amanti del genere ci piacerebbe ritrovare una dimensione più improntata alle risposte in rime, ma l’importante è che non si arrivi (mai) alle armi.

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