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LE STORIE

L'Avvelenata di Guccini, storia di uno sfogo

Raccontare la storia de L’Avvelenata è importante, non solo perché riguarda una delle canzoni più belle della musica italiana, ma anche perché ci dice molto sul mondo della musica.

L’Avvelenata è uno sfogo, un grido di insofferenza contro la musica e l’arte, ma soprattutto verso sé stessi. Guccini, in realtà, non voleva neanche includere la canzone in un album e limitarsi a suonarla dal vivo. Col senno di poi, forse, possiamo permetterci di dissentire. Ma per capire meglio la storia di questa canzone è necessario fare un passo indietro.

È il 1974 ed esce Stanze di Vita Quotidiana, il sesto album in studio di Francesco Guccini. Il disco è un flop, tanto che lo stesso Guccini, intervistato nel 2000, dichiara che se ci fosse un album che non rifarebbe tornando indietro, sarebbe proprio questo. Recensendo il disco nel 1975 sulla rivista Gong, un giovanissimo Riccardo Bertoncelli, stronca Guccini scrivendo che “se ne esce fuori con un disco all'anno, ma si vede che ormai non ha più niente da dire”. La reazione è durissima. Qualche mese dopo l’uscita della recensione, Bertoncelli viene a sapere che Guccini ha scritto una canzone su di lui. Non solo: in un’intervista su Muzak, viene definito dal cantautore “uno che non capisce niente, uno di quelli che scrive ancora Amerika con la kappa”.

È a quel punto che Bertoncelli, spinto soprattutto dalla curiosità, decide di incontrare l’artista. Guccini lo invita nella sua casa di Via Paolo Fabbri 43 e i due, finalmente, fanno conoscenza. Con somma sorpresa di entrambi, scoprono di piacersi e di avere interessi in comune. Ma il nodo deve venire al pettine. Così, dopo i convenevoli, Guccini suona dal vivo L’Avvelenata a Bertoncelli, spiegandogli di averla scritta di getto, in treno, in reazione a quella recensione. Quell’articolo era la goccia che aveva fatto traboccare il vaso di un periodo complicato, teso, in cui Guccini da “personaggio pubblico”, si sentiva trasformato in “prigioniero pubblico”. Tutti “lo tiravano per la manica […] gli dicevano cosa fare e chi essere”.

Dopo aver suonato L’Avvelenata, Guccini si propone di togliere il nome di Bertoncelli dal pezzo, ma il critico si rifiuta categoricamente, dicendo che ormai, dopo essersi conosciuti, quell’omissis non avrebbe avuto più senso. In ogni caso, il cantante lo rassicurò che quella canzone non sarebbe mai finita su un disco. La storia ci insegna che andò diversamente e che L’Avvelenata divenne il pezzo di punta di Via Paolo Fabbri 43. La formazione è quella di tutte le altre composizioni dell’album, con Ellade Bandini alla batteria (quella cassa ovattata e leggera che dà al pezzo un ritmo andante e timidamente carico), Ares Tavolazzi al basso e lo stesso Guccini alla chitarra acustica. Gli arrangiamenti, come recita il retro di copertina del 33 giri, sono “condotti da Pier Farri su idee musicali di F. Ceccarelli e Ares Tavolazzi”.

Ma a ben vedere nel pezzo si sente anche l’incedere di un trombone (o di un sax, difficile dirlo). Eppure nelle note di copertina non figura nessun musicista accreditato a quello strumento. Chissà, forse lo suonava Bertoncelli stesso.

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