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La Galleria degli Orrori del Festival della Canzone Italiana

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Di cose assurde, si sa, a Sanremo ne sono sempre successe tante.

Vuoi il bello della diretta, vuoi gag malriuscite e malpensate, il Festival della canzone italiana, oltre alla grande musica, ci ha sempre regalato delle scene indimenticabili. Niente di strano: se ci hanno abituato a guardare a Sanremo come allo specchio del nostro paese, allora non dovremmo meravigliarci del fatto che sul palco del Festival si siano alternate decine di stacchetti deliziosamente nonsense. Ma fare un piccolo ripassino delle cose più assurde successe a Sanremo, in vista della nuova edizione, non fa male. Perciò iCompany è lieta di presentarvi:

La Galleria degli Orrori del Festival della Canzone Italiana

La prima chicca di questa piccola collezione ce la regala già la seconda edizione del Festival: nel 1952, infatti, la beneamata Nilla Pizzi si aggiudicò l’intero podio del concorso, risultando contemporaneamente prima, seconda e terza con le canzoni "Vola colomba", "Papaveri e papere" e "Una donna prega". Un evento che non si è più verificato in seguito, soprattutto perché all’epoca le regole della kermesse erano ben diverse: in gara c’erano venti canzoni ma solo tre cantanti, incaricati di interpretare tutti i brani in competizione. Un meccanismo interessante, che al posto del culto della personalità metteva al centro il lato autoriale della musica.

Ma di lì a poco sarebbe arrivata la televisione, e la televisione travolge tutto quello che incontra sulla sua strada. Ad esempio, nel 1961 la classifica finale del Festival venne annunciata una tantum attraverso il concorso dell’Enalotto, così da permettere al fortunato vincitore di scoprire nello stesso giorno di essere diventato milionario e che i suoi cantanti preferiti avevano vinto a Sanremo (in questo caso, Betty Curtis e Luciano Tajoli).

La prima edizione televisiva a colori del Festival di Sanremo è datata 1973. Ma con un piccolo particolare. Il Technicolor, ancora non disponibile in Italia, fu utilizzato soltanto dalle televisioni estere, così che gente che non aveva mai sentito nominare Peppino Di Capri potesse gustarselo a tinte sfavillanti mentre il nostro caro pubblico era costretto a sorbirselo ancora in bianco e nero. Per il Sanremo a colori in Italia, bisognerà aspettare il 1977.

Ma gli eventi più assurdi, sconclusionati e scandalosi avvenuti al Festival hanno ancora da venire. Sono infatti gli anni ’80 e tutte le decadi che li hanno seguiti a conservare il tesoretto di scivoloni più consistente. Come se al crollo della morale italiana il Festival si fosse rilassato e si fosse concesso qualche svarione. Ma a cambiare fu soprattutto l’atteggiamento verso Sanremo, che da luogo circondato da alone di reverenza, diventò un posto in cui gli artisti potevano permettersi di tutto e avere addirittura un ritorno di immagine enorme. È il caso della limonata di Roberto Benigni con Olimpia Carlisi nel 1980, che durò quasi un minuto, o di Vasco che alla sua prima partecipazione abbandona il palco con il microfono in tasca, per poi tornare l’anno seguente con "Vita spericolata" e lasciare la scena anzitempo, col playback che continuava a suonare il ritornello. In quelle edizioni a Vasco andò male e arrivò rispettivamente ultimo e penultimo, ma le vendite dei suoi dischi andavano alla grande.

È infatti questo il periodo in cui Sanremo inizia a discostarsi sempre più palesemente dalla realtà non solo musicale del paese. Un gap a cui si tenterà di rimediare a più riprese, ma con risultati alquanto disastrosi. Come con la partecipazione dei Blur nel ’96, in cui un Damon Albarn piuttosto piccato fa un balletto dietro Pippo Baudo mentre introduce la band, che suonerà senza Graham Coxon, rimpiazzato da una sagoma di cartone. O come con l’ospitata dei Placebo che tutti conosciamo. Anche Brian Molko, irritato dall’obbligo del playback, darà spettacolo in maniera più aggressiva, distruggendo gli strumenti dopo aver suonato Special K. Al gesto seguirà un coro di “Scemo, scemo” più da sagra di paese che da Festival della canzone italiana.

Ma già prima alcuni episodi non prettamente musicali avevano fatto restare allibiti gli spettatori. Nel 1992, all’inizio della prima serata del Festival, Mario “cavallo pazzo” Arpignani fa irruzione sul palco interrompendo l’onnipresente Baudo e urlando “È tutto truccato, vince Leali”. Alla fine vincerà Barbarossa. Ma almeno “cavallo pazzo” ha tenuto fede al suo buon nome.

Nel 1995, invece, è la volta del famigerato Pino Pagano. Cornice: Baudo sta intervistando due promotori di un’associazione a sostegno dei bambini disabili quando un uomo scavalca la balconata dell’Ariston e si siede accanto al banco del mixer, minacciando di buttarsi di sotto. Pippo Baudo interviene, lo raggiunge e lo convince a rientrare, evitando così la tragedia. L’uomo era Pino Pagano, un disoccupato che aveva scelto il gesto estremo per far sentire la sua voce. Ma quasi nessuno ci crede. Anche perché minacciare di buttarsi dalla balconata di un teatro equivale a minacciare di rompersi un femore, non certo di suicidarsi. E perché nessuno va a Sanremo con uno dei maglioni più brutti mai visti nella storia dei maglioni. Fin da subito si urla alla combine e i dubbi rimangono ancora oggi. Ma evidentemente di disperati in Italia ne abbiamo tanti e così, nel 2014, l’imprevisto si ripete, con protagonisti, questa volta, due operai che non ricevono lo stipendio da più di un anno e un Fabio Fazio impacciato chiamato a gestire la situazione. La minaccia di suicidio non c’è, ma ad esserci eccome sono le voci di combine.

Combinata, invece, non è stata la bizzarra protesta dell’orchestra di Sanremo nel 2010. In gara c’è un certo Emanuele Filiberto che con Pupo e Luca Canonici porta un brano dal titolo “Italia amore mio”. Arrivano terzi. Rivoluzione. Tutti i membri dell’orchestra lanciano in aria gli spartiti, creando una pioggia musicale che va dritta ad abbattersi sul povero principe, reo di aver cantato una canzone orrenda e di esserci pure arrivato sul podio. Ma Sanremo è Sanremo, ça va sans dire.

Fra le tante altre cose successe al Festival se ne potrebbero citare tante (ad esempio la farfallina di Belen) ma non avrebbe senso. Perché Sanremo è spettacolo, ma anche follia. E se veramente è lo specchio del nostro paese, allora dovremmo iniziare a meravigliarci quando tutto procede senza intoppi, piuttosto che quando succedono cose assurde. Ma a noi, alla fine, sta bene anche così.

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