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Lezioni di Nirvana: la storia di Occidentali’s Karma a Sanremo

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A pochi giorni dalla 68^ edizione del Festival, Andrea Vittori, ufficio stampa di Gabbani, ci racconta la storia del brano che ha stravinto Sanremo ‘17.

Partiamo dall’inizio: quando hai sentito per la prima volta “Occidentali’s Karma”?
È stato nella primavera di due anni fa. Francesco me l’ha fatta ascoltare una notte mentre ritornavamo in macchina da una serata promozionale. Era una versione molto diversa da quella che hanno sentito tutti: il ritornello era completamente stravolto e aveva un certo sapore, passami il termine, indie. Quando Francesco scrive è un filo meno pop rispetto a come lo conoscono tutti, ma ci ho sentito comunque un fortissimo potenziale radiofonico. Ci credevo molto in quel pezzo e sono stato entusiasta quando ho scoperto che la BMG stava investendo sulla canzone e che l’avrebbe poi portata al festival.

Quali sono i punti forti della canzone?
Mi piace la linea melodica, la trovo molto forte, e poi il fatto che riesca a coniugare una parte letteraria alta con una sensibilità sicuramente più popolare. È molto diversa dalle altre hit che siamo abituati a sentire: prendi ad esempio J-Ax e Fedez - detto con tutto rispetto, sia chiaro - parlano di argomenti piuttosto leggeri e facili, Francesco già nella prima strofa mette insieme Shakespeare e i selfie. Non mi è capitato così spesso di sentire cose simili nei tormentoni italiani.

E i punti deboli?
Ti dico la verità, non ne vedo. Sarà che quel pezzo ce l’ho particolarmente a cuore, sarà che a suo modo è una canzone che ha fatto storia: ha raccolto cinque dischi di platino e una lunga serie di record, in primis quello del maggior numero di visualizzazioni di YouTube mai fatto in un giorno.

Qual è stata la parte più difficile del lavoro?
A partire dal titolo - non certo immediato - fino al significato finale del brano, non eravamo così sicuri che “Occidentali’s Karma” potesse davvero arrivare alla gente. Invece ha colpito tutti: c’è chi l’ascolta solo per ballare senza capire cosa dice oppure chi va oltre e approfondisce il senso delle parole. Come a volte dice Francesco: “i secondi sono quelli che capiscono la canzone, i primi sono quelli a cui l’ho dedicata”. Il fatto che sia piaciuta così tanto non era scontato.



Un’esibizione “spettacolare” ha aiutato?
Sicuramente l’idea di dare alla canzone anche un aspetto visivo ha contribuito a veicolare meglio il suo messaggio. Prima di fare Sanremo Francesco era un outsider, non aveva ancora una fanbase così ampia e anche gli ascolti fatti dai giornalisti prima del festival non erano così incoraggianti. Il brano era stato accolto bene, ma sicuramente nessuno lo dava tra i favoriti. Io conosco molto bene Francesco e sapevo che la sua performance dal vivo avrebbe fatto la differenza. E così è stato: il giorno delle prove a porte chiuse dedicate ai giornalisti, appena dopo la sua esibizione, Francesco si è trovato circondato da decine di addetti ai lavori tutti curiosi di cosa avremmo portato sul palco. Le scelte che abbiamo fatto si sono dimostrate vincenti, a partire dal fare accompagnare Francesco dal ballerino Filippo Rinaldi vestito da scimmia, fino ai famosi maglioncini colorati. Arrivati alla serata del venerdì avevamo attirato molta attenzione, pensa che la Snai ha aperto le scommesse su come si sarebbe vestito Francesco per la finale.

Il tutto su un palco sicuramente non facile, sbaglio?
Sanremo è complicato per tutti, l’Ariston ha un peso storico e istituzionale e ci sono 16-17 milioni di spettatori che ti guardano da casa. Io ne ho fatti parecchi di Festival e ti assicuro che ne ho visti di artisti terrorizzati prima di salire su quel palco. Affrontarlo in quel modo è stata una sorta di all-in, ha giocato la carta dell’incoscienza pur non sapendo se fosse davvero vincente.

Avete vinto per merito della scimmia?
Non credo che sia stata la scimmia a farci vincere, ma sicuramente ha contribuito. Sulla carriera di Francesco ci dovrebbero scrivere un libro: si presenta da perfetto sconosciuto a Sanremo Giovani e lo vince - e ti ricorderai sicuramente di tutte le polemiche scaturite da quel problema tecnico nei conteggi - poi si ripresenta tra i big e vince di nuovo. È come se il Chievo in due anni fosse passato dalla serie B ad aggiudicarsi lo scudetto. Non è stata una sola idea a funzionare, ce ne sono state diverse. In più va riconosciuto alla BMG un impegno e una lungimiranza non così facile da trovare nel mondo major. Ci hanno creduto fin da subito e hanno sostenuto il progetto senza pensare solo ai numeri o al possibile ritorno economico.


L'idea della scimmia di chi è stata?
L’idea è stata di Francesco, noi abbiamo fatto solo un lavoro di squadra per svilupparla al meglio. Abbiamo, ad esempio, creato queste maschere di cartone facili da ritagliare e da indossare, e altre trovate simili. Pian piano si è creato un vero e proprio caso e siamo finiti a fare la conferenza stampa al Roof Garden - che è un posto piuttosto istituzionale - terminata con un mega selfie con tutti i giornalisti con la maschera addosso. Abbiamo fatto il nostro meglio perché, una volta trovata un’idea caratterizzante, se ne parlasse il più possibile.

In questi casi il compito di un ufficio stampa è dare visibilità all’artista o c’è anche dell’altro?
Il primo obiettivo è sicuramente dargli visibilità, senza quella l’artista non esisterebbe. È il punto di partenza: dopo inizia il vero lavoro che consiste nel difendere la sua credibilità. Perché se tu sei “quello che è andato a Sanremo vestito da scimmia” il rischio è di non riuscire a toglierti più quel tipo di etichetta. Quando diventi famoso così velocemente di solito ti crei anche un sacco di hater; ne ha anche Francesco, è chiaro, ma posso assicurarti che è riuscito a guadagnarsi il rispetto di un pubblico molto vasto e eterogeneo. La dichiarazione di Desmond Morris, l’autore del libro a cui si ispira la canzone, ci ha sicuramente aiutato in tal senso.

Morris su Repubblica ha paragonato il testo di Gabbani a quelli di John Lennon o di Bob Dylan, come avete reagito?
Morris è stato un grande amico di Lennon e conosceva molto bene anche Dylan. Sicuramente quell’intervista ci ha dato una grandissima credibilità, ma ci ha dato anche una responsabilità enorme, nonché un po’ di imbarazzo perché noi per primi credevamo che fosse un paragone fin troppo esagerato. Detto questo, sono molti che hanno preso in esame il testo di “Occidentali’s Karma”. Sono convinto che, a distanza di anni, questa canzone sarà rivalutata tantissimo.

È difficile lavorare con il pop in Italia?
Lavorare con il pop, in Italia, è forse la cosa più difficile in assoluto. Ci tengo però a ribadire la grande forza della canzone: chi si occupa di promozione e lavora tutti i giorni nel gestire un artista non riuscirà mai a controllarlo a 360°. Spesso le cose avanzano anche da sole, noi dobbiamo essere in grado di indirizzarle al meglio. Nel caso di Francesco ci siamo impegnati a mantenere un certo equilibrio: in un momento dove tutti lo volevano, noi abbiamo fatto il possibile per non inflazionarlo. Sono state pochissime la trasmissioni dove Francesco ha partecipato da ospite, ma alla fine ha avuto ugualmente una grande esposizione perché, anche quando dicevamo di no, il programma poi si inventava un servizio - a volte anche fasullo, vedi quelli sul suo presunto matrimonio - pur di poter parlare di lui.

Il più grande pregio di Gabbani qual è?
Ne ha tanti. Gabbani è bravo, è un musicista vero, si vede che ne ha fatta di gavetta. In tutte le ospitate televisive concesse finora ha sempre cantato dal vivo, si rifiuta di fare il playback. La sera che dovevamo andare a "Che tempo che fa" da Fazio eravamo di ritorno dall’Eurovision e siamo arrivati in studio solo pochi minuti prima della sua esibizione. Si è messo le cuffie, ha fatto il line-check durante la pubblicità ed è andato in onda cantando. Anche al concertone del Primo Maggio ha fatto un figurone, ha fatto venir giù la piazza. Anche quello - voi di iCompany lo sapete bene - non è palco per niente facile.


Molti descrivono Sanremo come l’inferno in terra, è davvero così?
(ride) Sanremo è massacrante, è una delle cose più stancanti in assoluto. Comporta dei ritmi veramente fuori controllo perché, in quella settimana, anche per i media che durante l’anno non si interessano di musica diventa un argomento importantissimo; sembra sempre una questione di vita o di morte. In più ci sono i fan che invadono la città e l’artista: quando non deve rispondere alle domande dei giornalisti, deve comunque fare foto o sapersi comportare con chiunque incontri per strada. Bisogna trovare il giusto equilibrio che permetta all’artista di arrivare sul palco riposato, perché non puoi cantare bene se prima hai parlato per 10 ore di fila. Ma ogni artista è fatto a modo suo, sta a te capire come comportati. Non è facile, te lo assicuro.

E dopo Sanremo che succede? Chi vince ha davvero paura del cosiddetto “effetto Jalisse”?
Sì, devo ammettere che questa paura c’è. Molti ci dicevano che saremmo finiti come i Jalisse. Il rischio, almeno per questo primo momento, l’abbiamo evitato. Ad un anno da Sanremo abbiamo concluso un tour di 44 date con circa 140.000 paganti totali. Devo confidarti che la mia preoccupazione era di riuscire a piazzare altri brani in radio che andassero ugualmente bene e che tutta l’attenzione non venisse fagocitata da “Occidentali’s Karma”. Ti assicuro che non era scontato che “Tra le granite e le granate” diventasse un tormentone, e siamo molto soddisfatti del risultato de “La mia versione dei ricordi”. Insomma, non ha funzionato “Occidentali’s Karma”, ha funzionato Francesco Gabbani. Lavorativamente parlando, per me rappresenta un grande motivo d’orgoglio ma, è chiaro, se Francesco in futuro vorrà ancora “funzionare” dovrà continuare a scrivere belle canzoni. Sarà sempre lui, e solo lui, l’artefice del suo successo.



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