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Cosa dobbiamo aspettarci quest’anno dall’industria musicale?

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Anno nuovo, vita nuova. Un tormentone intramontabile che non risparmia neanche gli ambienti lavorativi, nel nostro caso quello musicale, il quale fronteggia un 2019 ricco di opportunità ed evoluzioni storiche

 

TUTTI CONTRO SPOTIFY

Lo streaming è divenuto un servizio necessario senza il quale non si potrebbe far conoscere la propria musica alla massa. Con ciò, Spotify ha regnato sovrano per tutto il 2018, ma le cose starebbero cambiando. Innanzitutto perché Apple Music, diretto concorrente, sta colmando il gap con la creatura di Daniel Ek, che conta 83 milioni di abbonati a pagamento, contro i possibili 57 milioni della Mela, che probabilmente raggiungerà in breve tempo, grazie anche al’enorme crescita avvenuta nello scorso anno.  

Più in sordina dai radar europei, invece, è Tencent Music, società che sviluppa servizi di streaming musicali per il mercato cinese. Perché questa compagnia diventa nevralgica per la lotta al Trono dello Streaming? Nel dicembre scorso, Tencent ha annunciato un IPO (offerta al pubblico dei titoli di una società che intende quotarsi per la prima volta in borsa) con un valore totale di azioni di circa 1,23 miliardi di dollari: una cifra che include 82 milioni di azioni ordinarie e 164 milioni di azioni ordinarie a 13/15 dollari l’una. Poi, c’è da tenere in considerazione che questa piattaforma afferma di avere 800 milioni di utenti attivi, grazie soprattutto alla vasta gamma di app incluse, come KugouKuWo e QQ Music 

Inoltre la differenza in termini di prestazioni tra Spotify e Tencent Music è tangibile. Mentre il colosso svedese si basa per lo più su abbonamenti con rigide restrizioni, il secondo offre servizi di intrattenimento e musica ad ampio spettro. Ad esempio, consente agli utenti di acquistare regali virtuali da inviare ai propri artisti preferiti o di visualizzare i brani e gli spettacoli dal vivo caricati dai loro contatti sui social media e dare loro monete virtuali. Un complesso di azioni che ha portato nel settembre 2018 a contare un +46% nella voce dei ricavi e un profitto che si aggira attorno ai 394 miliardi di dollari. Numeri e soluzioni che potrebbero far tremare la morsa di Spotify 

 

NON BASTANO SOLO LE ORECCHIE

Repetita iuvant: lo streaming ha cambiato il mercato musicale, anche in termini di prodotto. Basandosi tutto sul concetto che l’attenzione dell’ascoltatore è veramente bassa, le canzoni hanno fatto sparire le dissolvenze iniziali e finali, i cut end hanno assunto toni decisamente duri e marcati, le stesse produzioni non devono superare i tre minuti di vita, altrimenti adieu al pubblico.  

Più in generale, invece, gli stessi servizi di streaming potrebbero divenire delle testate giornalistiche musicali. Le canzoni, ormai, fuoriescono sempre per la prima volta in questi luoghi, e di fatto ogni blog, giornale o webzine è chiamato al ruolo di rilancio all’ascolto. Per questo motivo, è ipotizzabile supporre un cambiamento tautologico, con qualche idea che comporti una centralità ancora più marcata nel contesto da parte dello streaming.  

Comunque vi sono altre frontiere da tenere in considerazione. Una su tutte, Amazon Echo, uno smart speaker in crescita nel mercato che ha realizzato un nuovo modo di vivere la musica, anche grazie alla presenza dell’assistente personale Amazon Alexa, e che ha fatto la fortuna di Amazon Music. Tecnologia a parte, però, ciò che ha cambiato totalmente il modo in cui ci interfacciamo la musica è la playlist. Se tempo addietro le classifiche erano il motore preponderante all’ascolto, oggi le playlist hanno riqualificato l’ambiente circostante, secondo alcuni principi base di cui già avevamo parlato in tempi addietrocome ascoltiamo la musica, come ricerchiamo i nuovi pezzi dei nostri artisti preferiti, come scopriamo nuovi talenti. Determinando, di fatto, anche un cambio concettuale della diffusione: non si punta più su un album con 13/15 corposi brani, ma si cerca la notorietà attraverso uno o due brani, che raggruppino una percentuale maggiore di ascolto, e basta. Un fenomeno che sembra volersi consolidare anche quest’anno. 

 

L'ESPERIENZA DEL FAI-DA-TE

Gli scorsi 365 giorni sono stati significativi per la valorizzazione dell’industria musicale indipendente, che ha visto crescere i propri guadagni e la propria popolarità. Due caratteristiche che sono sopraggiunte sì grazie all’uso dei social media, ma anche grazie alla personalità di alcuni artisti di puntare sulla musica fai-da-te: cioè di farsi con le proprie ossa e ripudiare – almeno in parte e fino a un certo punto – le dinamiche imprenditoriali dei grandi nomi del business. Concettualmente, ha attirato un gran numero di persone al proprio orticello, decretando anche un nuovo tipo di pubblico 

Tuttavia chi ne ha giovato di più è l’artista stesso, che ora si sente in grado di poter fare molte più azioni contemporaneamente, oltre a quella di essere un artista. La conferma di questo trend arriva da Spotify, che lo scorso anno aveva annunciato un nuovo servizio che permetterà agli artisti indipendenti di caricare da soli i propri brani, con buona pace dei mugugni manageriali e di quelle figure lavorative che vivono supportando gli artisti.  

 

NEL NOME DEL DIRITTO D'AUTORE

Già, almeno in Europa. Con l’attuazione dell’articolo 13 del GDPR, infatti, le piattaforme streaming diventano dirette responsabili dei file e dei contenuti caricati dagli utenti. Un cambio di guardia che ha messo in apprensione un colosso come Youtube, che per diverse settimane ha annunciato di metter al setaccio ogni angolo del proprio mondo per rimuovere tutti quei prodotti che non sono conformi alla nuova regolamentazione europea. Situazione che colpirà quasi sicuramente anche i video musicali, che potrebbero venir rimossi proprio a causa di qualche violazione inerente il diritto d’autore. Insomma, ci aspetta un anno denso di cambiamenti e – si spera – evoluzioni.

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