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Non basta dire 'il cd è morto'

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Non limitiamoci a dire semplicemente che il cd è morto, anche perché l’hanno detto tutti. C’è da aggiungere, però, che la trasformazione del consumo del disco fisico era prevedibile.

 Com’è stato per i vinili (riscoperti poi come oggetti da collezione) e per le musicassette, anche per il cd è arrivato il momento di trasformarsi. E non per colpa sua, sia chiaro, ma perché andare avanti comporta un’evoluzione, nel bene e nel male.

Secondo i dati pubblicati dalla RIAA (Recording Industry Association of America), il disco ha subito nuovamente una battuta di arresto. Nel 2017, le vendite erano calate solo del 6,5%. Nella prima metà del 2018, invece, i guadagni si sono dimezzati: ben 41,5%, un ammontare pari a 246 milioni di dollari.

La musica del cambiamento

Come sempre, il calderone delle responsabilità è molto ampio. Di base, sul banco degli imputati va messo l’avanzare del tempo: un’evoluzione ne chiama un’altra e, per starle dietro, gli attori in gioco devono adeguarsi e trasformarsi. Altrimenti, si rischia l’oblio.

A livello sociale, è cambiata l’abitudine dei consumatori. Lo streaming e il download (legale o meno) stanno dettando uno strapotere nevralgico nell’industria musicale. Si punta principalmente su piattaforme come Spotify e Apple Music, l’ascolto stesso delle opere da parte del pubblico avviene prevalentemente attraverso questi canali (e Youtube).

Bisogna anche sottolineare che, ormai, non tutta la musica nasce nello stesso modo. Ognuno ha un suo processo creativo nel pubblicare una propria opera: chi rilascia il nuovo brano a mezzanotte sui social, chi fa il famoso “Fuori ovunque” sulle piattaforme musicali, chi si affida a countdown su siti creati appositamente. Sta di fatto che la virtualità sta divenendo più tangibile della fisicità.

Tutto ciò ha cambiato anche il modo in cui il cantante si rapporta al mercato. Adesso sono più importanti i brani rispetto all’album intero. Si parla spesso di tre/quattro nuovi singoli che imperversano online, ma poco dell’LP a cui appartiene. Una prima conferma viene dal grande lavoro di marketing e di videomaking realizzato attorno ogni canzone estratta. Una seconda conferma ci arriva da Spotify stesso: i brani più sponsorizzati hanno ascolti decisamente più alti rispetto agli altri contenuti nel medesimo album, che risultano avere un peso dell’1% ciascuno sul totale dell’ascolto. La stessa Billboard 200 considera gli stream delle singole tracce di un disco come “l’equivalente di un album”.

Infine, una questione che probabilmente raggruppa tutto il nostro discorso: prima si pubblica online. Non solo il singolo, sia chiaro, ma anche l’intero album. Come a dire: “Questo è il mio ultimo lavoro: ascoltalo e poi, se vuoi far parte di quelli che in futuro avranno questo mio cimelio, compralo”. Per far capire anche quant’è cambiato l’atteggiamento del pubblico nei confronti del disco fisico in sé.

Bene, e ora?

Attualmente, c’è una forte scissione nell’industria discografica. Tra chi vede nel disco fisico un personaggio in grado di dire ancora la sua e chi sottolinea l’importanza nevralgica che lo streaming sta giocando nei tempi attuali.

Trovare una via di mezzo sembra ancora un’impresa impossibile. Sicuramente, visioni completamente critiche nei confronti della musica online non aiutano a determinare uno sviluppo artistico ed economico interessante per tutti. Uscire da questa impasse richiede notevole arguzia, cosa che anche in America stanno provando a fare (primo su tutti, Drake, e con risultati non proprio da sottovalutare).

Visto che la fine del 2018 potrebbe coincidere con la prima grande tappa della morte definitiva del cd, vale la pena prefigurare per il prossimo anno un cambiamento abbastanza importante del panorama musicale. Tenendo sempre in considerazione, però, che tutto scorre e le evoluzioni avanzano.

Ormai, non c’è più tempo per pensare a quel ch’è stato, ma è bene prepararsi a quel che sarà

 

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