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LA MUSICA ATTUALE

Sì, bisogna rilanciare la musica in favore del sociale

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"Qualsiasi causa civile e/o sociale per poter essere portata avanti ha bisogno di sostegno e partecipazione. Prendere e fare parte di una causa vuol dire responsabilizzare e responsabilizzarsi”.

A dirmelo è Antonia Peressoni di Indie Pride, associazione italiana grazie alla quale artisti, band e addetti ai lavori del mondo musicale si riuniscono per contrastare omotransfobia, bullismo e sessismo. “Tutte problematiche che hanno in uno stesso odio ed una stessa ignoranza l'identica radice”. E che la musica, di per sé, può combattere come lo fa da anni. O meglio, da sempre.

L’arte della musica è espressione sociale, la maggior parte dei generi esistenti sono nati e cresciuti proprio per questo motivo: parliamo dell’emersione di una nicchia, dell’esigenza di approfondire qualcosa, risolvere un problema o, oggi come oggi, riaffermare una lotta di classe, di genere. “La musica è una forma d'arte e, probabilmente, quella più fruibile e diretta (anche e soprattutto ai più giovani) ed è un vettore di messaggi ed emozioni. Ritengo che chi faccia musica debba assumersi una volta in più le proprie responsabilità, sapendo che su un palco, come in televisione o in radio, su Facebook o Instagram le proprie parole e messaggi avranno un'eco più ampio e diffuso. È importante avere consapevolezza di cosa si canta, delle parole che si usano e a chi ci si sta rivolgendo”.

Eppure, Indie Pride sembra una delle poche e note kermesse italiane a dare risalto a esigenze sociali nevralgiche. Il primo pensiero va, ovviamente, al nostro Concertone del Primo Maggio, al centro del quale viene posto il mondo del lavoro, con le sue problematiche e criticità. Per il resto? Pochi nomi, e poco noti: le kermesse di settore che danno voce a chi non ne ha sono semi-sconosciute a livello culturale.

In quest'epoca e ancora di più in questo ultimo periodo non ci si può esimere, non possiamo deresponsabilizzarci. Credo, anzi, che cause come quella di Indie Pride debbano essere portate avanti come bandiere di democrazia, uguaglianza e diritto”. E Antonia non ha tutti i torti. Anche perché la musica attuale è sempre più protagonista, osmotica come il mondo del web e in grado di raggiungere più orecchie con grande facilità. Del resto come l’informazione, che può (e dovrebbe) accompagnare tutti questi protagonisti. Sebbene manchi veramente qualcosa. Basta armarsi di pazienza e navigare un po’ (un bel po’) nell’intricato mondo online per far emergere qualche kermesse interessante.

Uno dei primi festival che balza all’occhio è l’Absolut Symposium (tra l’altro, l’edizione 2018 è si svolgerà a Torino dal 1° e al 3 novembre), un festival di musica elettronica a supporto della comunità LGBT riconosciuto a livello internazionale. La componente di lotta sociale è chiara fin da subito anche grazie ai motti: “Freedom of expression” e “All gender are equal”.

Andando più a fondo, possiamo ampliare la nostra visione d’insieme. Fortunatamente, restiamo in Italia, perché a Falconara Marittima (Ancona) è più volte andato in scena il Festival della Musica Impossibile, kermesse dedicata al mondo della disabilità. Durante l’evento, infatti, vengono organizzati incontri tra musicisti con e senza disabilità, che interagiscono tra loro al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dell’inclusione artistica e sociale.

Questo, però, è ciò che principalmente viene fuori. Per il resto, una serie infinita di rassegne locali (se non localissime) che, purtroppo, restano nell’oblio mediatico, senza una vera e propria diffusione informativa che li renda riconoscibili a livello nazionale. Nonostante i tempi ne richiedano maggiore attenzione.

Di chi è la colpa? Della cultura. L’Italia, purtroppo, non è abituata a dare credito alle forme d’arte, viste troppo spesso come tappabuchi del tempo libero e non come vere e proprie scienze emozionali in grado di rendere il mondo un posto migliore, muovere le masse e, soprattutto, coinvolgere il pubblico su argomenti e tematiche attuali.

Per questo, non ci resta che andare oltreoceano, dove ad esempio la musica è protagonista fissa nella politica americana, con i vari esponenti che prendono parola a favore delle classi sociali, twittando e cantando apertamente contro l’attuale numero uno statunitense. Non è un caso, infatti, che le ultime volte che si è parlato del binomio musica-politica in Italia siano state con i Pearl Jam (a Roma hanno chiesto di riaprire i porti ai migranti) e gli U2 (a Milano Bono Vox ha simulato un’amicizia tra il Diavolo e Matteo Salvini).

Come se, negli Stati Uniti d’America, la lotta rivoluzionaria l’avessero nel sangue, quando in realtà è solo la normalità. Come fu nel 2015, quando il Global Citizen Festival accolse numerose persone per un concertone incredibile contro la povertà e la fame nel mondo. Più in particolare, Bono, Beyoncé, Sting, i Coldplay, Ariana Grande, Eddie Vedder ed Ed Sheeran cantarono la necessità di delineare una serie di obiettivi di sviluppo per il 2030, tra i quali anche l’accesso all’istruzione e alla sanità per le persone meno abbienti.

Eppure, in tempi non sospetti, anche il Bel Paese ha avuto i suoi momenti di gloria, riconosciuti a livello internazionale. Come il Live 8 del 2005, una kermesse internazionale che toccò varie città del mondo (tra cui Roma, appunto) per pressare i leader politici delle nazioni più ricche del mondo sull’importanza di cancellare il debito dei paesi più poveri, chiedendo l’inserimento di regole commerciali più eque.

Stiamo vivendo un'emergenza, quella di un ritorno a fascismi agghindati da campagne fuorvianti e da vestiti che fungono da specchietti per allodole dove ogni giorno un diritto acquisito è sotto minaccia. Per questo ritengo che di eventi come Indie Pride ci sia bisogno e che ci sia bisogno di metterci la faccia ogni giorno di più, una faccia sorridente (perché il sorriso è un'arma disarmante) come quella di milioni di persone che si emozionano per una canzone e chi la canta". E hai ragione, Antonia. Ma, prima di tutto, dobbiamo cambiare registro. E cultura.

 

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