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Viviamo nella rivoluzione di una musica senza identità

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Sempre più spesso capita di origliare giudizi imperiosi di persone che criticano l’identità della musica odierna: Non c’è più qualcosa di concreto, tra i vari commenti espressi anche sui social network. In parte quest’affermazione risulta palpabile.

Perché il mercato discografico è cambiato, anche in risposta alle recenti evoluzioni digitali, finendo per puntare più sul prodotto in sé che nell’arte. E, quindi, l’identità musicale si è trasformata.

Siamo in un’epoca dove la musica è semplice, fatta di espressioni molto schiette, oneste e sincere, ma delle volte troppo banali. “So che è nelle mie corde scrivere in questo modo – raccontava Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti a Rockol -, forse perché sono cresciuto ascoltando cose facili. I miei colleghi sentivano cantautori e musica più complessa, io invece ascoltavo roba molto immediata, inni cantabili. Io la musica la concepisco così, mi piace il singalong. Forse potrei fare musica con accordi più complicati e testi più letterari, esercizi di stile che saprei fare perché sono un mestierante, ma la gente sentirebbe la puzza di finto”. Il contrario di Caparezza, per intenderci.

Nonostante ciò, Tommaso è l’espressione più pura del pop odierno che abbiamo. E ce lo teniamo stretto. E assieme a lui Calcutta e Cosmo, gli unici tre che sono riusciti a emergere consapevolmente, seguendo l’onda dei tempi che corrono. Il problema, però, è che ora tutti quanti cercano di fare lo stesso corso di windsurf, contribuendo a creare un mercato saturo di copie mal riuscite. Non si tratta più di parlare di “Indie sì, indie no”, ma più nello specifico di un’identità musicale.

Tenendo conto del fatto che “Le canzoni non devono essere belle” per forza e vale il concetto che “ognuno [fa] come gli pare”, il nostro discorso poggia sul fatto che non esiste un genere rivoluzionario moderno che si identifichi in qualcosa, se non nel nulla cosmico. L’identità è sempre più fugace e, quando emerge, diventa subito così mainstream da non venir più apprezzata a priori. La cultura musicale odierna si fonda su un altro principio: deve tutto restare in un circolo chiuso, perché se spacchi a livello più ampio vieni definito “morto artisticamente”.

Attenzione, però. Anche se volessimo, chiamare in causa fenomeni come il rock e il rap non servirebbe più di tanto. Perché va bene guardare al passato, ma non dobbiamo dimenticarci di pensare anche in ottica futura. Entrambi i generi sopracitati hanno perso molta efficacia rispetto a quanto guadagnato in anni passati, con l’avvento di un rock contaminato più dalla pop-dance che dall’alternative e la messa in campo di una trap molto materialistica.

Questo però non significa che è tutta colpa della trap o delle nuove influenze artistiche. La difficoltà sta nel modo in cui i protagonisti del settore hanno affrontato tutto ciò: uno crea la rivoluzione, nel nostro caso poco identitaria, e tutti gli vanno dietro, cercando di creare un prodotto simile, senza però contribuire a una nuova ribellione artistica. Cosa fanno quindi? Nulla, in tutti i sensi.

Viviamo in un periodo di rivoluzione con zero identità musicale. Oggi tutto deve essere più easy, asciutto, immediato, misero. Una conseguenza è all’orecchio di tutti: la povertà della scrittura. Certo, non tutte le canzoni devono trasmettere messaggi sociali o controversie impegnate, ma dalle bocche delle novità attuali escono fuori solo luoghi comuni diffusi, frasi sconnesse e, in alcuni casi, gridi violenti, dozzinali e grossolani.

Non ci credete? E allora, diteci, quali sono gli artisti che, come nel passato, hanno saputo creare brani in grado di restare impressi nella storia della musica italiana. Gli unici, a ragion veduta e in certi casi, sono gli artisti citati all’inizio, con qualche altro sporadico nome che si fa conoscere solo per quel determinato brano. Gli altri, invece, restano a guardare i propri “capolavori” morire dopo tre/quattro mesi, per poi dover ricominciare da capo, produrre altro materiale che avrà vita brevissima.

Come mai accade questo? Perché, come la neve a Roma, tale rivoluzione non identitaria non attecchisce. Non trova un riscontro sociale, un gruppo al quale riferirsi. Sono canzoni da slogan che restano fine a se stesse, che fanno emergere una parte di noi senza che questa definisca una dinamica precisa. E allora i circoli? Sì, fenomeni interessanti, ma restano ai margini, sono piccoli trampolini di lancio dove esprimere un’identità collettiva e comune risulta ancora difficile.

Allarghiamo il discorso con toni internazionali, ma che ci riguarda da vicino. Nel 2015 esplose ovunque il successo di Lean On, la canzone di Major Lazer, DJ Snake e MØ. In pochi sanno, però, che dietro la costruzione di questa hit ci sono state diverse fasi di realizzazione che non hanno richiesto la presenza simultanea degli attori principali nello studio di registrazione. Ognuno mandava un pezzo di qualcosa e poi il producer, in questo caso Luca Pretolesi, aveva l’ultima voce in capitolo. Quelli bravi lo chiamano additional production, e si tratta di una metodologia lavorativa molto in voga negli ultimi anni.

Certo, non è la prima volta che diversi artisti collaborino assieme a un prodotto senza trovarsi contemporaneamente nello stesso studio. La stessa Il mio nome è mai più ha visto Piero Pelù registrare a chilometri di distanza da Ligabue e Jovanotti. Ciò che è cambiato oggi, però, è la possibilità di avere tracce di quantità, oltre che di qualità. Tutto ciò, però, ha generato una liquidità pazzesca nella musica che, appunto, ha ribadito ulteriormente un contesto senza identità, dove ogni brano è sì qualitativamente orecchiabile, ma simile a qualcosa di già sentito.

Stiamo vivendo una rivoluzione musicale singolare, dove alla base dell’identità artistica moderna c’è la non-identità. Il problema? Non ci sono proposte che stanno rivoluzionando l’ambiente. Ma la risposta non deve essere per forza un ritorno all’identità, bensì qualcosa che ci faccia parlare di una rivoluzione che abbia contribuito a cambiare le carte in tavola, ancora una volta.

 

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