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Contro lo smartphone ai concerti

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La tecnologia dà, la tecnologia toglie.

Sembra passato un secolo da quando lo smartphone ha preso il posto degli accendini durante i concerti: la trasformazione è stata precisa, netta e veloce. Eppure, a conti fatti, le conseguenze sono più dolorose che benefiche. Ormai, essere presenti in un luogo (nel nostro caso, un live) ci porta inevitabilmente a riprenderlo (e riprenderci) per poi spedirlo online, su Facebook e Instagram, per invocare una sorta di autodeterminazione esistenziale. E guai se la connessione non funziona, restiamo lì, in attesa di far sapere ai nostri ‘amici’ dove stiamo, che ci stiamo divertendo, che siamo “così indie” da essere ai circoli invece che ai palasport e, viceversa, che siamo più mainstream in un palasport invece che a un circolo.

Tutto ciò per ottenere cosa? Una foto o un video di bassa qualità e la diffusione del nostro ‘io da social’. Con il rischio, poi, di ostruire la visuale agli altri con il nostro dispositivo. Per carità, uno o due scatti ci possono stare, ti stampi l’immagine (chissà in quanti ancora lo fanno) e la riponi in una cornice. Ma passare la maggior parte del tempo a filtrare il concerto attraverso un oggetto è irrazionale. Non era meglio stare a casa, sul divano, a guardare il dvd postumo?

Così si perde l’esperienza del live. Non si vive più l’anima della musica, non si canta più a squarciagola la propria canzone preferita (guai a rovinare l’audio del video) e non si osanna più il proprio artista preferito, ma si gode la realtà attraverso uno schermo, in un luogo pieno di persone che – probabilmente – fanno la stessa cosa.

Jack White (ex leader dei White Stripes) l’ha detto più volte: “La gente non può applaudire ai concerti perché ha le mani occupate a fare qualcosa sullo smartphone. Se non posso avere un ritorno dell’energia e dell’impegno che metto in un live, forse sto solo perdendo il mio tempo”. Così, al grido di “Goditi un’esperienza al 100% umana senza telefono”, nel suo ultimo tour estivo ha utilizzato una nuova tecnologia della start-up Yondr: lo smartphone veniva sigillato in una speciale sacca porta-telefoni con una sorta di calamita simile a quelle anti-taccheggio dei negozi, così da impedire alle persone presenti di registrare video o scattare foto.

La questione è divenuta così imponente da richiede degli studi statistici. Nel 2013, secondo una ricerca di Symantec, il 92% dei “modern fan” identificava lo smartphone come l’unico oggetto irrinunciabile per un concerto. Inoltre, il 78% degli intervistati scattava foto e registrava video, e il 50% di loro li condivideva online. Dati a cui, un anno dopo, si aggiunsero quelle del rivenditore americano di biglietti TicketFly (su come si comportano i giovani statunitensi dai 18 ai 34 anni durante i concerti): il 31% usava lo smartphone per almeno metà del concerto; il 35% delle ragazze e il 22% dei ragazzi condividevano l’esperienza durante il live sui social; il 23% usava lo smarthpone per cercare informazioni sul cantante o sul gruppo che stava ascoltando.

“Sono pazzi questi americani”, verrebbe da dire. Eppure le abitudini degli italiani non sono poi così diverse. Tant’è che ci siamo beccati qualche cazziatone anche dagli artisti internazionali. Nel 2013, Patti Smith, al Teatro antico di Taormina, iniziò a sputare sulle prime file contro chi filmava il suo live: “Siete qui, io sono qui, state vivendo uno spettacolo, perché vederlo attraverso uno schermo?”. Dello stesso avviso Adele che, sul palco dell’Arena di Verona, se la prese con una fan: “Puoi smettere di filmare? Perché io sono veramente qui, nella vita reale”. Due anni dopo, anche Bjork diede risalto alla faccenda, con toni decisamente più pacati: l’artista, infatti, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, realizzò un cartello in cui chiedeva ai presenti di non videoregistrare l’evento per non distrarla: “Godetevi il concerto e basta”.

Come visto, il dibattito ha radici molto profonde. Paradossalmente, il discorso è stato ripreso molte volte sui social ed è arrivato anche a conseguenze particolari, come un’interessante articolo-vadevecum di Internazionale: “Breve guida per fare foto ai concerti con il telefono, se proprio dovete”.

Solo che la pazienza ormai è poca e, qualche mese fa, anche Ermal Meta ha avuto qualcosa da ridire sulla sua pagina Facebook, contro chi lo accusava di non fermarsi per qualche scatto con i fan alla fine di un live: “Non si va ai concerti per poi esibire un trofeo fotografico sul proprio social, ma per vivere un’esperienza. Mettete giù sti telefonini e godetevi le esperienze”.

Insomma, un’esperienza è tale se vissuta pienamente. Basterebbe, anche solo di tanto in tanto, lasciare il proprio smartphone in tasca e alzare le braccia per applaudire e incitare il proprio beniamino. Oggi, invece, si è arrivati al punto di guardare un concerto tramite uno schermo: fa ridere per quant’è surreale, degno della miglior sceneggiatura di Black Mirror. Ha ragione il Dottor Fabio dei The Jackal: “Lei ha speso tempo e denaro della sua vita per poi filtrare l’esperienza attraverso un videofonino? Si strunz!”.

 

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