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LA MUSICA ATTUALE

Tutta colpa delle playlist

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Lo streaming sta cambiando l’industria musicale, solo che l’industria musicale fa una grande fatica a delinearsi nel nuovo contesto artistico.

A confermarlo non è solo una regolamentazione legislativa carente, ma anche una situazione che mette in apprensione un po’ tutti i giocatori in campo.

Il processo evoluzionistico odierno ruota attorno le playlist che, senza infamia e senza lode, hanno riqualificato vari aspetti del mercato: come ascoltiamo la musica, come ricerchiamo i nuovi pezzi dei nostri artisti preferiti, come scopriamo nuovi talenti. Alla base di tutto ciò, vi sono i dati d’ascolto dello streaming. Le stesse etichette discografiche, infatti, guardano (anche) a questi numeri qui, e di conseguenza creano strategie orientate allo streaming.

Ciò che manca, però, è una chiave di lettura chiara che ci faccia capire come studiare questi dati: l’ascoltatore è una persona passiva che ascolta solo ciò che viene proposto dalle playlist? E le label scelgono di far entrare nel proprio roster artisti che sono veramente voluti dai fan della musica o perché dettati dai dati del marketing?

Mentre cerchiamo una risposta, consideriamo che anche gli artisti cercano i numeri. A discapito di cosa? Dell’arte, ovviamente. Un po’ come fossero speaker radiofonici, i cantanti e i musicisti non vogliono destabilizzare oltre i famosi 30 secondi d’attenzione dell’ascoltatore, così producono canzoni molto simili tra loro, con caratteristiche dal risultato sicuro. Questo provoca un’omologazione fluida, che trova facilmente spazio nelle playlist di settore sugli store di streaming. Il risultato porterà numeri alti, ma il gioco vale la candela?

Se da una parte si cercano i numeri e dall’altra si fa lo stesso, il collasso è inevitabile: i generi musicali non hanno più identità e confini ben delineati. L’osmosi diventa così ampia da far risultare la musica un semplice strimpellamento quotidiano. Ciò che fa gola, per il momento, è il “titolo da playlist”. Non si vuole più attirare l’attenzione con la propria arte, ma con la copertina, con un titolo strano (o, come va di moda ora, un titolo disagiato) che trova radici molto solide nella cultura pop. Attenzione, però: il pop è il re indiscusso della scena attuale, ma ne paga le conseguenze, come il fatto di non essere più un genere ben definito. Ormai tutto è pop, anche il rock e il rap diventano pop. Le stesse playlist, a volte, fanno confusione, e fanno collidere nello stesso settore generi diversi, con una conseguente mercificazione. E dunque, perché parlare solo di pop-playlist?

Come se non l’avessimo capito, poi, prima iTunes, poi YouTube e, infine, le playlist stesse stanno decretando l’album come un oggetto obsoleto. Non c’è più l’esigenza di ascoltare le narrazioni artistiche di un solo attore, ma ormai vogliamo un elenco di canzoni diverse, che ci comunichino qualcosa in quel momento preciso e basta. Segno anche dei tempi moderni, di un contesto sociale immerso nella ricerca spasmodica della velocità e nella poca propensione all’approfondimento. E dunque, ha più senso creare un album o concentrarsi sulla produzione di un singolo da playlist?

Le etichette si fanno questa domanda ogni giorno. In termini di costi, ormai, se consideriamo tutto quello che vi ruota attorno (comparto grafico, promozione ecc.) la creazione di un singolo richiede più o meno lo stesso sforzo di un album. Il ritorno dell’investimento, però, è meno tangibile (o quantomeno quantificabile) rispetto a un disco. Le stesse playlist non aiutano, accentuando numeri già alti senza però consegnare un criterio logico per analizzare le statistiche. Perciò, quale potrebbe essere la soluzione?

Guardare al passato? Purtroppo no. Il catalogo ormai è aria fritta. L’esigenza attuale è rivolta a scoprire sempre cose nuove, e in questo le playlist fanno il loro mestiere egregiamente. Ciò, però, frammenta anche l’audience: gli artisti ipotizzano di ritrovarsi in una nicchia di mercato grazie alla loro arte, ma – inevitabilmente – diventano “schiavi” dei numeri targhettizzati e iperverticalizzati. Insomma, diventano figli del marketing spicciolo. Discorso simile quando si parla di social network: la distanza tra artista e fan si è accorciata in maniera impressionante, il pubblico c’è, ma di sociale c’è solo il mezzo. L’intenzione è solo quella di mantenere il pubblico felice.

Perciò, com’è possibile ridistribuire il potere musicale attuale? Difficile a dirsi, tosto anche solo ipotizzarlo, visto che le playlist continuano a far emergere una caratteristica constante dei nostri tempi: smettila di pensare, corri veloce, ciò che hai prodotto cinque minuti fa potrebbe non avere più valore in questo esatto momento.

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