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Nella morsa di Spotify

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In una conferenza con gli investitori della campagna dello scorso luglio, Daniel Ek, CEO di Spotify, aveva dichiarato quanto segue: “Stiamo costruendo un mercato su due lati che fornisca strumenti e servizi per etichette e artisti. Il nostro obiettivo è quello di ottenere più musica possibile sulla nostra piattaforma”.

Perciò, di primo impatto, non è così eclatante la notizia di qualche giorno fa, quand’è stato annunciato il lancio di un nuovo servizio del colosso musicale svedese che permetterà agli artisti indipendenti di caricare da soli i propri brani, senza la mediazione di terze parti. Certo, uno sviluppo molto democratico, ma la vera rivoluzione è un’altra: è tutto completamente gratuito.

Se fino a poco tempo fa erano i distributori digitali (etichette discografiche o altri enti terzi) a occuparsi della presenza dell’artista sulle piattaforme di streaming, adesso Spotify cambia le regole, passando il pallino del gioco direttamente nelle mani dell’artista. O meglio, prova a cambiarle, visto che, per il momento, stanno sperimentando questo progresso con poche centinaia di americani selezionati dalla creatura di Ek.

Lo stesso Ek, però, ha parlato anche di ampi margini di profitto per la compagnia attorno questa funzione. Cosa significa? Probabilmente, il servizio sarà gratuito solo per un po’, poi potrebbe diventare a pagamento. Mere supposizioni, ovvio. Eppure, anche dalle parole di Barry McCarthy, CFO di Spotify, pronunciate nella stessa call di luglio, l’opinione prende corpo: “Se riusciremo a costruire un mercato a due lati e a sviluppare gli strumenti per la creazione della domanda, allora penso che atterreremo comodamente in un margine lordo del 30-35%”. In parole povere, fare più soldi con questa nuova idea.

Un’altra congettura - più voce di corridoio che altro - vedrebbe la successiva (e scontata) evoluzione di Spotify a etichetta musicale vera e propria. Ma da Stoccolma arrivano smentite.

Ad ogni modo, cos’ha causato la nuova mossa di Spotify? Innanzitutto felicità per gli utenti-artisti indipendenti, che presto o tardi avranno la possibilità di usufruire di un’importante servizio di diffusione streaming con le proprie mani, senza costi aggiuntivi o mediazioni di partner esterni.

Dall’altra parte, però, c’è chi mugugna profondamente. In primis, i competitor, come SoundCloud, che potrebbe perdere quella caratteristica di user-upload per cui tanto si era fatto conoscere. Poi, i distributori digitali: la coperta si fa sempre più corta, il male più grande è rimetterci un vasto potere professionale costruito negli ultimi anni. Molti artisti, infatti, potrebbero decidere di bypassare la loro funzione (che garantisce la presenza online degli stessi su piattaforme di streaming e download online) per fare da sé. Ciò comporterebbe perdite di profitto non indifferenti, con eventuali player - sicuramente i più piccoli -  che uscirebbero di scena.

Dunque, cosa sta facendo Spotify? Sicuramente, sta provando a sbaragliare la concorrenza concentrandosi sulla quantità, ma a discapito della qualità. Perché - come abbiamo visto con YouTube - più apri le porte, più le sciocchezze aumentano. Nel momento in cui non si pone un filtro, si ottengono aree musicali soffocate da presunti artisti. Tutto ciò in favore dei più schietti concetti del capitalismo: il profitto e la pubblicità. E così non si vende più l’arte in sé, e quindi il lavoro ben fatto, ma si svende uno spazio vuoto che verrà colmato da un personaggio di qualsiasi entità artistica o presunta tale.

Se invece osservassimo la notizia in termini temporali, non parleremmo di una rivoluzione, ma di adattamento al contesto. Da diversi anni, infatti, a diverse figure lavorative viene richiesto di ampliare le proprie skills: ad esempio, il social media manager può essere un abile fotografo. Ora, Spotify concede all’artista l’apprezzabile opportunità di formarsi come gestore della propria attività streaming, senza l’aiuto di chi ha competenze in materia. Viene da chiedersi se sia un’operazione sensata o meno.

In ultimo luogo, Spotify pone un nuovo tassello verso il futuro. Viviamo in un’epoca di forti cambiamenti, ed Ek ha colto il momento adeguato per scaraventare nel mucchio questa nuova funzione, un forte richiamo all’esigenza di chiudere i ponti con la vecchia industria musicale. Appare però evidente che il colosso verdenero vuole controllare le future regole del gioco, creandone di nuove.

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