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LA MUSICA ATTUALE

Dammi tre parole: canto social network

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Chi si immaginava una vita preda della virtualità?

Ma ora eccoci qua, a osservare il mondo attraverso uno schermo, a commentare con arroganza e superficialità qualsiasi cosa, riversando online la nostra privacy al grido di “fatevi i cazzi vostri”. I social, appunto. Strumenti di comunicazione di spessore che sono riusciti a dare voce a paure, bisogni di attenzione e celebrità che durano 15 minuti. Tutte caratteristiche che segnano un’epoca indelebile, una rivoluzione sociale che ha portato a un’involuzione culturale.

Anche la musica se n’è accorta, spesso e volentieri ha inserito nei propri testi concetti o riferimenti al nuovo universo che stiamo vivendo, tra like, tweet e così via. Già nel 2010 i Marlene Kunz ci avevano messo in guardia con Ricovero Virtuale: il vortice della rete non è un luogo sicuro (“E quanta merda andrai a gettare nel tuo ricovero virtuale?”). Alla base c’è l’uomo comune, che sta andando verso l’annegamento internettiano. E Caparezza, nel 2011, lo diceva apertamente in Io diventerò qualcuno: “Ma non c'è più l'uomo qualunque, tutti sono qualcuno, tutti sono in vetrina”.

Nel 2013 i social diventano una gigantesca certezza: Facebook comanda, Instagram è in ascesa, Twitter si conferma un polo giornalistico. C’è un’altra faccia, però, che non viene messa in luce: l’Internet Addiction Disorder (IAD), cioè l’abuso dell’utilizzo della rete, la dipendenza dal virtuale che sta creando non pochi problemi a chi si dimentica della vita concreta. Marracash ha intercettato il messaggio e ci ha scritto un pezzo: Sindrome depressiva da social network, un titolo abbastanza iconico che non lascia spazio a troppe interpretazioni.

Un anno dopo arriva una piccola chicca: Esaurimento da Web è un brano leggero nel quale Roberta Di Lorenzo ironizza sui canoni di bellezza e perfezione che la rete ci impone di mostrare. Nel 2015, invece, abbiamo i Linea 77 che, assieme ad En?gna, sfornarono Divide et Impera: un pezzo duro che denuncia un frustrante immobilismo culturale (“Vedo il cielo a scacchi chimico che strano aereo manca pure poco che censurino lo stereo ma ci sei o no? Vuoi sentire il monito? Schiantaci la testa su quel cazzo di monitor”).

Arriviamo al 2016: i social sono parte integrante delle nostre vite e contribuiscono a plasmare le nostre opinioni. Dal canto suo, la musica continua a parlarne. C’è chi critica fortemente il nuovo stile di vita che abbiamo intrapreso, come i Tre Allegri Ragazzi Morti con Persi nel cellulare. Brano simile, ma con toni decisamente diversi, è Vorrei ma non posto di J-Ax e Fedez, un rimprovero sul come scegliamo la vita virtuale invece di quella reale. Infine, i Flat Bit mettono il carico da cinquanta. O, meglio, da duemila: 2000 Mode è un manifesto irriverente sul nostro bisogno di sentirci costantemente al centro dell’attenzione online, la ricerca spasmodica della celebrità (“Per un pugno di like brucio tutti i miei neuroni sai”) e la conseguente omologazione della specie, che ci sta rendendo dei manichini con le scarpe firmate e i risvolti ai pantaloni.

Un anno fa Le Luci della Centrale Elettrica ci consegnavano una nuova riflessione: Iperconessi, un brano attuale sul nostro desiderio di essere sempre in linea e reperibili, non solo per amici o presunti tali, ma anche riguardo a notizie da tutto il mondo, specialmente per condividere immagini spaventose. D’altro canto, troviamo anche pezzi che rimarcano le nuove tendenze del momento: Arisa e Lorenzo Fragola dicono che Siamo l’esercito del selfie, un nuovo popolo che passa il tempo a farsi tante di quelle foto da dimenticare il mondo circostante.

E infine, il 2018, l’anno del Cambridge Analytica e di canzoni a tutto spiano con riferimenti di settore. Amore a prima Insta di Shade dà una panoramica della situazione, ma noi aggiungiamo altri pezzi: Liberato con Me Staje Appennenn’ Amo’ (“Pecché nun me chiamme cchiù? E nun visualizzi cchiù?”); Benji e Fede con Moscow Mule (“Non andare in ansia se non posto più”); Baby K con Da zero a cento (“Foto con hashtag «Io c’ero»”); Fedez e J-Ax con Italiana (“Toccheremo il cielo e taggheremo il fondo, venuti male come le foto sul passaporto”); Carl Brave, Francesca Michielin e Fabri Fibra con Fotografia (“Mille messaggi, sempre la stessa faccina, ma se non usi i social nessuno si fida”); Ghali con Cara Italia (“Prima di lasciare un commento, pensa”) e Zingarello (“Muori ora che perdi il like”); Sfera Ebbasta con Rockstar (“Persi nel locale col telefono in mano, sperando in un messaggio che non arriva mai”).

Adesso si potrebbe ponderare una conclusione adeguata, ma non esiste. La continua evoluzione tecnologica non permette riflessioni chiuse, perché le regole del gioco cambiano di secondo in secondo. E così la musica ha mutato il suo aspetto: prima denunciava una gabbia mediatica individualista, ora racconta i semplici stili di vita legati al proprio smartphone. Perciò restiamo con un quesito aperto: i social network hanno assuefatto (anche) i testi della musica italiana?

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