iBLOG

LA MUSICA ATTUALE

Quello che le donne dicono (sulla disparità di genere)

Quello che le donne dicono (sulla disparità di genere) - la musica attuale - iBLOG

Un mese fa, l’Internazionale ha pubblicato varie statistiche sulla disparità musicale italiana tra uomini e donne.

Ad esempio, il Nuovo Imaie (ente che gestisce i diritti degli artisti interpreti o esecutori) ha notato che, su circa diecimila iscritti, solo l’8,77% è donna. C’è da ammettere che l’Italia non è mai passata alle cronache come esempio di parità di genere. Cosa ne pensano le artiste? Le più sottolineano una realtà abbastanza sessista.

In un’intervista del 2014 su Rock.it, Baby K ricordò che, prima di essere donna, è “una persona, punto. Quando ho iniziato a fare rap non ci pensavo al fatto di essere donna, sono gli altri che l'hanno posto come qualcosa su cui riflettere”. A seguito del grande successo di “Roma-Bangkok” (in feat con Giusy Ferreri), la rapper rilasciò nuove dichiarazioni nel 2016, stavolta su LetteraDonna, dove ammise che la scena italiana è sessista, salvo il rap: “[…] è molto più maschilista il pubblico che segue i rapper. Certo si dicono cose piuttosto forti, ma il rap è anche pieno di testi dedicati all’amore o alle donne, di grande rispetto, non soltanto donne sottomesse o donne oggetto, e poi nessuno vieta a noi ragazze di fare altrettanto con loro nei nostri testi e nelle nostre canzoni”.

All’inizio del 2018, il Festival di Sanremo fu criticato per le poche quote rosa in gara. “Non solo c’è una drammatica assenza di donne tra le interpreti in gara - affermò Grazia Di Michele, come riporta Adnkronos - ma neppure a livello autoriale è stato rispettato il contributo delle donne, che si ritrovano a cantare brani scritti da uomini, a farsi interpreti di sentimenti filtrati da una sensibilità maschile".

La cantautrice non è l’unica ad avere elaborato un concetto simile. Su IoDonna troviamo tanti nomi, come quello di Mara Maionichi: “La credibilità delle donne nella musica non è così potente, in effetti. Il perché, non lo so. Si dedicano meno alla ricerca musicale? Forse. C’è maschilismo? Può darsi. Sono meno quelle che suonano uno strumento? Sicuro, ed è un handicap, perché se sai suonare è più facile trovare la tua strada. E poi c’è il fattore estetico: a volte sono le donne stesse a puntare troppo su quello. Sarà pure importante ma non è tutto. Il successo dipende da che cosa vuoi dire, da che storia vuoi raccontare”.

Toni più leggeri quelli di un’altra artista di spessore, Cristina D’Avena: “Secondo me dipende dal progetto: se funziona va avanti, che tu sia maschio o femmina. Io non ho mai subito nessuna forma di maschilismo. Casomai a volte sono stata trattata come una di serie B perché cantavo le sigle dei cartoni animati. Anche se in realtà le mie canzoni non sono per niente facili, se n’è accorto chi ha duettato con me”. Per Noemi, invece, c’è dell’altro: “Contano le scelte, a chi ti affidi, la preparazione: forse la cantante è ancora vista come una che va gestita, ma ormai è pieno di professioniste che hanno dimostrato il contrario con scelte consapevoli”. Non è dello stesso avviso Paola Turci: “Quando ho cominciato volevo usare i miei brani ma mi dissero di no. E se a 22 anni una ragazza senza esperienza si opponeva a discografici maschi più grandi di lei, aveva chiuso. Ci ho messo tre anni a decidere che avrei usato la mia musica. Nessuno ci aiuta a credere in noi stesse”.

C’è chi da anni solleva la questione, come il Ladie First, evento italiano che porta sul palco il lato femminile dell’hip hop. A marzo, l’organizzatrice (e artista) Vaietta rilasciò un’intervista a RollingStone con nuovi spunti di riflessioni: “Vivo male la strumentalizzazione della donna ma allo stesso modo l’auto-strumentalizzazione. Vengo da una generazione in cui Queen Latifah gridava ‘Who you calling a bitch?’ (U.N.I.T.Y.), spesso sono le rapper che tra di loro si chiamano bitch, quindi può essere letta come si vuole. […] Spesso sono gli stessi locali a preferire artisti uomini, c’è questa idea per cui l’artista uomo attira di più dato che si crede che sotto il palco ci siano solo maschi”.

Per allargare il quadro a chi fa della penna un’arte, TheVision – per mano di Alice Oliveri – ha approfondito la disparità di genere nel contesto dell’indie-pop. L’articolo “Nell’indie le donne esistono solo in mutande” focalizza l’attenzione sul nuovo prototipo femminile costruito a metà tra liceo e università, carina ma non bella, fumatrice, ritardataria, una ragazza che va a letto con i boxer di lui. L’analisi, a nostro avviso, si completa in una semplice frase: “Matilde, poverina, non serve a nulla se non a fornire i suoi tratti particolari e le sue piccole follie per un fine superiore, quello dell’arte”.

Nel 1979 usciva “Anche un uomo”, pezzo nel quale Mina capovolse il concetto di sesso debole nell’universo maschile. Nel 2011, su Avvenire, Rita Marcotulli (famosa compositrice) rivelò che spesso veniva “paragonata solo a pianiste donne, come fosse impensabile un confronto con un uomo”.

Il retaggio culturale moderno è figlio di una cultura che mostrava la donna come protettrice del focolare domestico, e basta. Oggi l’emancipazione femminile si è sviluppata, ma qualcosa non torna. Perché se è vero che da una parte c’è un forte sessismo, dall’altra troviamo casi in cui la stessa categoria tende ad autodeterminarsi come tale. E quindi si dimentica il concetto iniziale: prima sono un’artista, poi una donna. Il problema? Pensiamo sia solo una leggenda metropolitana.

© 2020 iCompany srl - P.IVA 13084581001. All Rights Reserved.Designed by ServiziMedia

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Continuando la navigazione sul sito, si acconsente all'utilizzo dei cookie. Per saperne di piu'

Chiudi