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LA MUSICA ATTUALE

Rovazzi ci aiuta a distinguere ciò che è musica da ciò che è ‘musica’

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Il tempo del trattore in tangenziale si può dire concluso. Finalmente, Fabio Rovazzi sta delineando la sua forma artistica, e non è quella musicale.

Ci stavamo già abituando a identificare il ragazzo come una macchina crea-tormentoni estivi dell’epoca moderna. Ma, alla fine della fiera, il giovane milanese ha espresso (direttamente e/o indirettamente) la sua passione per il cinema.

Tutto ciò rende Rovazzi ancor di più necessario nella scena attuale. Non è un cantante con talento - come lui molte volte ha sottolineato - ma ama la cinepresa. Tant’è che, dopo il film Il Vegetale, sta pensando di tornare sul grande schermo in veste di regista. E con Faccio quello che voglio (che segna il debutto della sua casa di produzione, la Raw), delinea i primi passi verso la porta EXIT della musica, anche se ci toccherà ascoltare ben presto nuovi esperimenti sonori.

Partiamo dalla cronaca. Dopo Andiamo a comandare, Tutto molto interessante e Volare, Fabio Rovazzi pubblica un nuovo singolo, dopo la fine dell’amicizia umana e lavorativa con Fedez: Faccio quello che voglio, appunto. Rispetto alle prime uscite, l’artista pone maggiore attenzione alla versione filmica del pezzo. E nel videoclip fa veramente quello che vuole, mettendo nel calderone volti e nomi da far invidia a un qualsiasi cinepanettone (Gianni Morandi, con cui aveva già duettato in Volare, Carlo Cracco, Massimo Boldi, Roberto Pedicini, Fabio Volo, Rita Pavone, Samuel Heron Homyatol, Danti, Simon Says, Luis Sal, Flavio Briatore, Eros Ramazzotti, Diletta Leotta). La parte canora, invece, trova (forse) un suo perché con le star che partecipano all’interpretazione del pezzo: Emma Marrone, Nek e Al Bano.

Quanto ne viene fuori è un prodotto tele-cinematografico adatto al web, con una scarsa applicazione verso la musicalità (anche se, a detta dello stesso Rovazzi, c’è molto di Dua Lipa nel ritornello). Ciò che viene apprezzata è l’abnegazione del milanese al pensare da uomo di cinema, prima ancora che da uomo di musica: ne abbiamo una riprova con le numerose citazioni cinematografiche fatte nel video (come Arancia Meccanica, TRON, Inception, X Men, 007).

Essenzialmente, però, viene da chiedersi una cosa: in questo mare magnum musicale, a che serve Rovazzi? In realtà, lui è molto più importante di quello che supponiamo. Non siamo di fronte a un artista, ma a un creativo in grado di realizzare pacchetti simil-commerciali che invadano anche il settore musicale. Affidargli la definizione di cantante è esagerato, piuttosto è un marketing manager in grado di brandizzare se stesso con altri brand, e far emergere ciò che sa realmente fare: la regia.

In sostanza, Rovazzi non è musica, è ‘musica’, è la parte meno intrigante di quest’arte, dove emerge chi ha più appeal mediatico al di fuori del contesto. Faccio quello che voglio è un’opera ben definibile nello spazio dal quale emergono dei fenomeni (vacui?) che poi, presto o tardi, si trasferiranno in altri universi artistici.

 

In parte lo si può già intuire da qualche dichiarazione rilasciata a Repubblica.it. "Nell’introduzione [del video di Faccio quello che voglio, nda] c’è Gianni Morandi perché doveva esserci - dice Rovazzi. L'idea è di girare altri filmati che siano il sequel di questo con altre canzoni e di metterci sempre Gianni come filo portante. Cracco perché ha un modo di parlare molto lento, quasi scandito, e mi piaceva l’idea di farlo rappare. E in generale tutti li ho voluti mettere in situazioni paradossali ma legate in qualche modo al loro personaggio. Il momento in cui divento Diletta Leotta e canto con la voce di Nek è talmente assurdo che lo volevo a tutti i costi”. Insomma, l’idea della musica in sé passa nettamente in secondo piano, ciò che interessa è la serialità dell’immagine e del prodotto, che di questi tempi va molto di moda.

Attenzione, però, a paragonare Rovazzi con Young Signorino e Liberato. Nel primo caso, la differenza sta nel personaggio: il milanese ha creato tormentoni estivi senza pretese con l’aiuto di Fedez e J-Ax; il cesenate, invece, vuole a tutti costi primeggiare in solitaria come uno dei migliori trapper (anche se lui preferisce essere ricordato come il figlio di Satana) del nostro paese, con scarsissimi risultati.

Quanto a Liberato, siamo di fronte a un fenomeno che sta riscrivendo la scena campana, che si sta realizzando come artista musicale vero e proprio. Di contro, Rovazzi non raggiunge una grande credibilità come musicista o cantante, ma di certo ha un buon occhio con la macchina da presa.

Affermare che un singolo di Rovazzi sia bello o brutto è opinabile. Del resto, ognuno ha il proprio gusto. Di certo, però, Rovazzi fa ‘musica’, e presto o tardi potrebbe abbandonare questa scena. È un’ipotesi, ovvio, ma se queste sono le premesse è più immaginabile un suo successo alla regia cinematografica, invece che nella musica.

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