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Ridatemi le case discografiche

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Prendendo spunto da un interessante articolo pubblicato da Daniele Bazzani su fingerpicking.net, cogliamo l’occasione per aprire una finestra sull’affascinante "querelle" relativa all’effettiva utilità delle Case Discografiche in un’epoca in cui il web e le nuove tecnologie hanno reso chiunque in grado di produrre e diffondere musica.

Ecco alcuni interessanti passaggi dell’articolo di Bazzani:

"Il decesso delle case discografiche è oramai appurato, con grande gioia apparente di tutti, soprattutto di quei sedicenti artisti che in una casa discografica non hanno mai messo piede, e mai lo avrebbero fatto, solo e unicamente per la qualità del loro lavoro, che è scarso. Poi però ci sono pure i radical chic, o gli idioti in genere, ai quali basta uno scricchiolio del sistema in cui vivono per gridare al miracolo o alla verità rivelata.

Sappiamo bene, e sono passati diversi anni dal suo avvento per parlarne con un minimo di lucidità, che Internet ha cambiato tutto. Ha messo tutti (apparentemente) sullo stesso piano, ha ucciso i colossi che dominavano e straziavano il mercato mondiale impedendo agli 'artisti veri' di avere la visibilità che meritavano, ha concesso (finalmente secondo molti) lo spazio che ognuno merita di avere. No. Non è vero, purtroppo.

Vorrei partire da un concetto: 'tutta' (e sottolineo T-U-T-T-A) la musica con cui sono / siamo cresciuti è passata per una casa discografica; almeno quella del '900: i Beatles, Bob Dylan, i RollingStones, Jimi Hendrix, i Pink Floyd, i Genesis, MuddyWaters, Elvis, i Nirvana, i Radiohead, Jeff Buckley, Nick Drake (fermatemi!) …Tutta.

Vi siete mai chiesti perché? Perché ci sono stati dei signori che di lavoro hanno fatto i talent scout, gli scopritori di talenti, o che quantomeno si smazzavano le vagonate di nastri inutili che arrivavano, selezionando i migliori e facendoli entrare in quel meccanismo che li portava a incidere un disco, ad essere ascoltati in radio e magari, se lo meritavano davvero, a diventare più o meno famosi.

Immaginate di entrare in un negozio di scarpe, che funzioni come oggi il web funziona per la musica: improvvisamente tutti si mettono a fare un paio di sandali, mocassini, scarpe da ginnastica, qualsiasi cosa, solo che pochi le fanno bene e molti, la maggior parte, le fanno da schifo.

Vi trovereste a girare per un negozio infinito, guardando modelli e provando cose di cui non sapete nulla, se si romperanno il giorno dopo o vi distruggeranno la schiena in venti secondi, o chissà cosa.
Lo so, la musica si può ascoltare, le scarpe vanno provate, ok, cercate di capire cosa sto tentando di dire.

Immaginate un supermercato (quanto mi piacciono i supermercati per le metafore!) infinito, con miliardi di banchi di frutta, verdura, carne, biscotti… Non sapete nulla, non potete assaggiare niente, dovete fare la spesa a caso. Il rischio di morire è dietro l'angolo perché su quel prodotto potrebbero non essere stati fatti i normali controlli. Bel problema eh?

Sento già i profeti del web: «Ma io ascolto prima su Spotify e poi se mi piace compro».
Seeeeeee.
E io ci credo. Ha, ha, ha!
E se i dentisti non fossero laureati? E se i professori all'università avessero fatto solo le elementari? E se il fisioterapista stesse improvvisando? Sento già la risposta: «Eh ma per l'arte mica serve un diploma». Ok, è proprio per questo che qualche tipo di selezione all'ingresso va fatta.
Il problema vero è che per tutte le attività è necessaria una selezione. Che si vendano automobili, polli surgelati, accendini o borse da spiaggia, ci vuole qualcuno che vagli le proposte dei produttori, corra il rischio di scegliere quelle che ritiene migliori e le prenda nel proprio punto vendita, per proporcele.

Perché a questo punto entra in gioco il meccanismo che fa davvero funzionare il mercato, la fiducia.

Se in un ristorante si mangia bene, ci potrò portare degli amici senza rischiare figuracce. Se in un negozio di frutta il gestore mi consiglia roba buona, tornerò da lui a comprare.
Se un locale fa buona musica, andrò la sera a sentire concerti senza neanche leggere chi suona, perché è il posto che garantisce. L'ho fatto per anni, ora è praticamente impossibile.
Ciò accade per un solo e unico motivo: perché c'è qualcuno che ha fatto il lavoro sporco per noi, si è preso la briga (si è rotto le palle) di provare tutto per farci avere la migliore selezione possibile; così lui è contento e noi anche.

Ma il povero produttore di scarpe che fa scarpe schifose e che nessuno compra? Ve ne è mai davvero fregato qualcosa? Vi siete mai fatti dei problemi? Non credo proprio. Anzi credo pensereste: «Se fa scarpe del cavolo è giusto che non lo sappia nessuno».
E allora perché la musica dovrebbe vivere di regole diverse?

Inutile dire che tutti meritiamo una possibilità, perché è un discorso molto romantico, all'inizio.
Poi, però, se uno apre bocca e canta una chiavica, una canzone di merda, ma perché devo perderci tempo io che ho una vita sola? Perché devo passare la mia vita su YouTube a cercare uno stramaledetto video con sotto una musica decente, dovendo scegliere fra milioni di cose all'apparenza uguali?

Potrebbe esserci il nuovo Jimi Hendrix nascosto chissà dove, che cerca disperatamente di far si che il mondo lo scopra, ma è coperto da milioni di ragazzini urlanti che postano video inutili rendendo impossibile a noi di scoprirlo.

Torno alla musica e chiudo con una riflessione che porterà ad altro, più avanti: se pensavate di aver finalmente guadagnato la vostra 'libertà' di fare musica, perché con una webcam e un microfono siete lì, come tutti gli altri, pronti a lanciarvi nel grande mondo delle note, vi hanno già fottuti.
I talent show altro non sono che una selezione (ce le fanno anche vedere in tv, le selezioni, guadagnandoci soldi, ma chi se ne frega?) di band o solisti, la scelta viene fatta prima (ma va?) e propinata sotto forma di spettacolo, dal produttore al consumatore, ma il guadagno è tutto e solo loro."

Puoi leggere qui l'articolo completo firmato da Daniele Bazzani.

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