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Noi, il live, le multinazionali

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Tempi duri per la musica? Sì. Insomma, almeno per quanto riguarda la musica venduta. Il mercato della vendita dei dischi è in costante calo, ma il nuovo business è senz’altro la musica dal vivo.

Che sia un effetto fisiologico dell’evoluzione del mercato o una precisa scelta degli interpreti è difficile dirlo, fatto sta che oggi il grosso dei guadagni per gli artisti e per tutto l’impianto risiede nella produzione live, nonché nell’indotto derivato dalla vendita di merchandising, tanto da generare un nuovo sistema di strutturazione aziendale, laddove le etichette spesso sono anche agenzie di booking, puntando ad una gestione completa degli artisti e, soprattutto, le grandi multinazionali la fanno da padrone.

Come è naturale che sia, dove c’è un grosso business, ad imporsi è chi ha la più alta disponibilità di investimento, ed ecco quindi che grandi aziende multinazionali si inseriscono nel mercato, anche acquistando le agenzie di booking locali, le società rivenditrici dei biglietti, facendo grandi accordi di esclusiva e gestendo quindi tutti gli aspetti della filiera.

Un oligopolio che pare affossare il lavoro delle agenzie locali.
Gli effetti delle multinazionali sul mercato sono molteplici e vanno a toccare sia gli operatori che gli utenti. Da un lato gli operatori (grandi o piccoli che siano) si trovano tagliati fuori dalla maggiore disponibilità di investimento e vedono diminuire sensibilmente il loro raggio d’azione a seguito dei grandi accordi di esclusiva.

Dall’altro una minore concorrenza livella il prezzo dei biglietti verso l’alto, a discapito dell’utenza.
Il dato confortante in tutto cioè è che l’affluenza ai concerti è in aumento di qualche punto percentuale, nonostante i prezzi alti, il ché ci offre un dato importante su cui ragionare: il pubblico c’è, esiste.
Poco attento al nuovo, per nulla curioso, ma c’è e spende per vedere un concerto.

Stiamo parlando chiaramente di grandi eventi, grossi nomi di artisti nazionali e internazionali, di stadi pieni e di arene dalla grande capienza, ma abbiamo molto di più da offrire. Chi resiste lo fa con le idee. Laddove non puoi competere sul piano economico puoi farlo su quello dell’ingegno, delle idee e sulla qualità italiana.

In questo Paese abbiamo due grandi risorse da sfruttare: luoghi bellissimi e qualità artistica.
Potrebbero essere questi i punti da cui ripartire per riappropriarsi del mercato. Saper sfruttare i luoghi di tradizione che la nostra storia ci garantisce e legarli ad una proposta alternativa, italiana, puntando anche ad educare il pubblico, offrendogli anche la possibilità di accostarsi al nuovo, stimolandone la curiosità.

È utopistico, me ne rendo conto, ma sogno una dimensione live che riporti all’aspetto "artigianale" (passatemi il termine) della musica, che torni a puntare sull’aspetto culturale senza tralasciare lo spettacolo (perché il live È spettacolo), nella quale le persone vengano prima dei nomi. Riuscire a trasmettere questo tipo di concetti, accanto ad una gestione visionaria quanto professionale e concreta, potrebbe catalizzare l’attenzione non solo del pubblico ma di tutta l’industria live.

Come si fa? Se avessi la risposta sarei sulla mia bellissima poltrona in pelle umana di fantozziana memoria, a dirigere il mondo della musica. Di una cosa sono però profondamente convinto: il dialogo ed il confronto aprono più porte di quante se ne possano chiudere restando nel proprio mondo, a coltivare il proprio interesse.

Ripartire dal basso con un lavoro che coinvolga su più livelli le parti in causa, per arrivare in alto, con un bagaglio culturale da non dimenticare e non abbandonare lungo la strada.

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